Dieci-quindici giorni fa pensavamo di avercela fatta. Un Natale normale o quasi, un Paese che marcia – sul piano economico – con il vento in poppa, lodato dalla stampa internazionale e con tutti gli indicatori che dicono che entro il primo semestre 2022 avremo recuperato tutta la caduta del Pil del 2020.

E invece. I contagi che crescono a ritmo serrato, le festività (nel senso di occasioni di assembramento) che non promettono nulla di buono, l’inflazione che galoppa e che rischia di divorare gli effetti della crescita per famiglie e imprese. Due dati, in questo senso, sono emblematici. Confcommercio, appena ieri, ha lanciato l’allarme: il prossimo anno il caro-bollette ci costerà 11 miliardi di euro, il che comporterà minori consumi d’altro genere, quindi un potenziale vulnus alla ripresa. Sul versante delle imprese, le cattive notizie le ha date invece l’Istat, quando – pochi giorni fa – ha comunicato che i prezzi alla produzione a novembre sono cresciuti del 22,1% rispetto allo stesso mese del 2020. Un brutto segnale, perché l’aumento della produzione e dunque del fatturato rischiano di essere mangiati dall’impennata dei costi vivi che le aziende devono sopportare per stare sul mercato. Meno margini, meno chances di avviare un ciclo economico virtuoso, che parta dalla crescita dei fatturati per poi riflettersi sull’occupazione e sui consumi.

 

UN CIN CIN CI SALVERÀ

A complicare la situazione, ci sono le incertezze della politica. Chi andrà al Quirinale? Nemmeno il Financial Times pare sapere cosa sia meglio per il nostro futuro. Il quotidiano britannico ha prima detto che un trasloco di Mario Draghi sul Colle sarebbe una iattura, perché nessun altro sarà poi in grado di garantire stabilità al governo e quindi l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Poi, lo stesso giornale – con un editoriale a firma di Bill Emmott (già direttore dell’Economist) – ha invertito la rotta, sostenendo che invece l’ex capo della Bce che diventa presidente della Repubblica costituisce la miglior garanzia per mettere l’Italia al riparo da futuri scossoni elettorali.

In tutto questo, una minuscola certezza – e una grande speranza – ci arriva solo da una nota di qualche giorno fa dell’Unione Italiana Vini (Uiv). I produttori hanno fatto i conti, e sono da record. Le bollicine Made in Italy, quest’anno, hanno conquistato un primato senza precedenti: saranno 316 milioni le bottiglie nostrane stappate in giro per il mondo per queste feste, cioè oltre un terzo dell’intera produzione annuale (circa 900 milioni, mai così alta). A crescere, tutte le denominazioni: Prosecco, Franciacorta, Asti, Trentodoc, Oltrepò Pavese. Un brindisi che vale – sottolineava l’Uiv – ben 236 milioni di euro. Ma soprattutto un segnale: il sistema Italia funziona, lo testimoniano anche i dati in forte crescita dell’export in tutti i settori, e il Paese in generale ha le carte in regola per tornare a essere un faro di benessere e saper vivere, a patto di saper stringere ora i denti. La voglia di brindare, anche a casa nostra suggerisce anche che, nonostante tutto, non siamo scoraggiati. È il miglior augurio di Natale che possiamo farci.