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mercoledì, 1 Febbraio, 2023

Il Rendiconto di Alan Patarga – PIU’ CHE AL DITO DELLA BENZINA C’E’ DA GUARDARE ALLA LUNA DELL’EUROPA

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Il dibbbattito (con la tripla) in questi giorni verte tutto sui rincari della benzina, con l’improvvida scivolata del governo sulla “speculazione” (che un po’ c’è e molto non c’è) e la reazione stizzita dei benzinai. Fisiologico, ma un po’ miope. Perché ci azzuffiamo sui centesimi che rendono più caro il pieno di carburante dimenticando che la stratificazione delle accise è il risultato di un Paese che non sa tagliare la spesa pubblica e che quindi si attacca ai soldi sicuri per finanziare i capricci della politica e dell’elettorato che via via la sostiene. Ma soprattutto perché quei 18 centesimi in più rischiano di costarci moltissimo, in termini di attenzione. Proprio in questi giorni, infatti, dall’Europa arrivano segnali poco rassicuranti circa la tutela delle nostre specificità. Un po’ per pregiudizio altrui e molto per scarsa capacità nostra di farci rispettare, a Bruxelles quasi mai i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno saputo difendere i pilastri della nostra economia. Sta succedendo, contemporaneamente, su due partite.

ATTACCATI A UN’ETICHETTA

Il primo campanello d’allarme – se non altro perché è il più immediato – riguarda il vino. A livello di quantità, noi italiani siamo i primi produttori al mondo. Secondi nella classifica del valore dietro solo ai francesi, con la Spagna a integrare il podio in entrambe le graduatorie. Ebbene. Qualche giorno fa, con una sorta di silenzio assenso, la Commissione europea ha dato il via libera alla richiesta del governo irlandese di applicare alle bottiglie di rossi, bianchi o bollicine le cosiddette “etichette sanitarie” quelle cioè con messaggi e foto ai limiti dell’horror utilizzate finora per i pacchetti di sigarette. La tesi: il consumo di alcol provoca il cancro, ergo chi beve deve subire le campagne di dissuasione finora concepite per il tabagismo. Peccato che un tiro di sigaretta e un bicchiere di rosso non siano la stessa cosa – come si sono sforzati di spiegare a più riprese i rappresentanti dei governi italiano, francese e spagnolo, citando fior di nutrizionisti e sottolineando la differenza tra abuso e consumo moderato. Macché. In Irlanda le bottiglie di Chianti, Prosecco o Barolo dovranno riportare la nuova etichetta “ammonitrice” e altri Paesi potrebbero seguire l’esempio di Berlino. In ballo – ha ricordato Coldiretti – ci sono circa 8 miliardi di export per il vino italiano, su un giro d’affari totale da 14 miliardi che potrebbe subire contraccolpi perfino all’interno dei confini nazionali se è vero il sondaggio – riferito proprio dall’organizzazione agricola – per il quale quelle etichette scoraggerebbero dal consumo di alcol perfino un italiano su quattro. Comprensibili, per quanto finora inefficaci, le proteste dei ministri Tajani (Esteri) e Lollobrigida (Agricoltura e Sovranità alimentare).

APPESI A UN MATTONE

Ma la partita più importante è quella che riguarda il mattone. Nei prossimi giorni – e comunque non oltre la metà di marzo – il Parlamento europeo potrebbe dar seguito a una bozza di direttiva già in gestazione da mesi: quella che prevederebbe l’obbligo di adeguare a standard energetici sempre più elevati il patrimonio immobiliare del Vecchio Continente. Traguardo nobile, sulla carta, per giunta in tempi di crisi energetica. Il punto come sempre sta in tre domande. La prima: quanto costa? La seconda: chi paga? La terza e ultima: a chi conviene? Proviamo a rispondere: il ruolino di marcia dell’Ue prevederebbe un adeguamento a uno standard minimo di classe energetica “E” entro il 2030 con poche eccezioni destinate a edifici pubblici e storici (di pregio). Bene ricordare come in Italia oltre il 60% degli stabili attualmente ricada nelle classi “F” e “G”, le peggiori in assoluto. Poi, già nel 2033, si salirebbe quantomeno alla “D” fino a raggiungere l’eldorado delle case a “emissioni zero” tra il 2040 e il 2050. Perfetto. Non esistono stime per l’ultimo step, ma ce ne sono per il primo e meno ambizioso, quello di stare tutti in classe “E” di qui a sette anni: ci costerebbe in lavori di adeguamento, nientemeno, oltre 1.500 miliardi di euro. Altro che Superbonus (peraltro semiconcluso). Risposta parziale, ma pur sempre indicativa, anche per il secondo quesito. Resta da capire a chi convenga: dal punto di vista del risparmio energetico, sicuramente, a tutti. Abitazioni efficienti ci consentirebbero di vivere con minore apprensione – per esempio – un inverno come quello attuale. E in generale ne beneficerebbe l’ambiente. Ma il nostro non è soltanto è un Paese con un patrimonio immobiliare vetusto, ma anche con una proprietà capillarmente diffusa e molto parcellizzata. Tanto che molti, moltissimi anzi, potrebbero non avere le risorse per gestire la transizione energetica di casa loro. Un fallimento che avrebbe ripercussioni dirette sul valore degli immobili, com’è intuibile, ma addirittura sui pieni diritti di proprietà visto che in sede europea si ipotizza uno stop alle compravendite in caso di mancanza di requisiti. Una serie di considerazioni che non può far riflettere su come l’Italia e il suo patrimonio possano far gola ai ricchi fondi immobiliari internazionali sufficientemente liquidi – loro sì – per sobbarcarsi gli onerosi lavori di adeguamento richiesti dall’Ue. A pensar male, ricordava sempre il cattolico Andreotti, magari si fa peccato ma spesso ci si indovina.

di Alan Patarga

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