E così, dopo due anni di ristori, sostegni, cassa Covid, prestiti garantiti e pannicelli caldi di vario genere, è servito il cinismo (realismo?) di un manager di lungo corso come Alfredo Altavilla per aprirci gli occhi e farci vedere che il re è nudo, e non da oggi.

“Non siamo la Croce Rossa”, si è limitato ad affermare il presidente di Ita Airways, la compagnia aerea nata lo scorso ottobre sulle ceneri di Alitalia. Lo ha detto in audizione ai parlamentari della Commissione Trasporti della Camera, che gli chiedevano quanti dipendenti dell’ex vettore di bandiera avesse intenzione di assumere “per non lasciare nessuno indietro”. Il manager, un lunghissimo passato in Fiat-Chrysler come braccio destro (e secondo molti, erede designato) di Sergio Marchionne, non ci ha girato intorno: non spetta a Ita farsene carico. “Non mi interessa quello che succede a quelle persone, non è un problema mio perché altrimenti diventiamo non più un’azienda che deve stare sul mercato ma una Croce Rossa dei dipendenti della vecchia Alitalia, che non ho intenzione di essere”.

Una verità lapalissiana: se Ita ricominciasse con i vizi della società che l’ha preceduta, avrebbe vita breve e identico destino. E’ in pista, letteralmente, da tre mesi e i numeri già non sono buoni: solo tra dicembre e gennaio sono stati cancellati 849 voli a causa della pandemia, risposta obbligata – ha spiegato Altavilla – “per preservare cassa e ridurre i costi”. Tradotto: non si viaggia con gli aerei vuoti, perché siamo un’azienda che deve fare profitto o siamo daccapo. I presupposti per fare bene (leggi: prudenza) ci sono tutti. Ha spiegato il super manager: “Per rendere un numero, visto che parliamo di soldi dei contribuenti (Ita è ancora al 100% di proprietà del Tesoro ma si aspetta un socio privato entro giugno, ndr), ho fatto valorizzare al 31 dicembre la differenza fra 2.800 assunti, che era il massimo che ci consentiva l’Ue, e 2.235 che sono quelli che oggi abbiamo a libro paga e abbiamo risparmiato 17 milioni di euro: l’assunzione di queste persone non è stata finalizzata perché non c’era traffico sostenibile per impiegarli”. Un discorso di realismo, e soprattutto una prova di quella che di quella che gli anglosassoni chiamano “fiscal accountability”, una cosa che in italiano sì e no riusciamo a tradurre.

Al momento nessuno, nemmeno il premier Mario Draghi e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha il coraggio di dire altrettanto. Ma il ricorso perenne al denaro pubblico, anche quando questo è già bell’e finito da un pezzo (il debito del nostro Paese veleggia attualmente intorno a quota 2.700 miliardi di euro, ultimo dato ufficiale di Bankitalia), è un vizio che politici, e tecnici, non riescono a togliersi. Certo, c’è un’emergenza sanitaria ed economica in corso da quasi due anni e anche per il dopo bisognerà immaginare un “new normal” per i bilanci pubblici. In Europa sarà l’argomento dell’anno: da un lato i cosiddetti “frugali”, cioè i rappresentanti delle nazioni del Nord che predicano il rigore nei conti come prova di affidabilità non tanto verso Bruxelles (chi se ne importa), ma verso le generazioni future. Dall’altro, i Paesi del Sud, in testa la Francia di Emmanuel Macron ma anche l’Italia draghiana, a chiedere un approccio maggiormente flessibile, magari caso per caso, alle regole finanziarie dell’Unione. Un compromesso tra i due estremi è auspicabile, la vittoria della linea morbida, realisticamente, no. Continuare a impilare titoli di debito, come scheletri nell’armadio della finanza pubblica italiana, potrà contribuire a rinviare la resa dei conti, ma non risolverà il male che ormai da quarant’anni ha preso il nostro Paese: viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Prima ce ne accorgeremo, prima troveremo un modo per curarci, preservando si spera il più possibile il benessere raggiunto e il nostro tanto invidiato stile di vita.

Ma il richiamo di Altavilla è una scossa salutare, quel “non siamo la Croce Rossa” che dovrebbe valere anche per lo Stato – pur nel suo dovere di essere solidale e attento agli ultimi – è frase che gli amministratori della cosa pubblica dovrebbero iniziare, di tanto in tanto, a pronunciare. Si parla invece, in questi giorni, di un nuovo scostamento di bilancio: le cifre oscillano tra i 10 e i 30 miliardi di euro. Obiettivo: attutire il colpo, effettivamente durissimo, degli aumenti record di luce e gas che colpiscono famiglie e imprese. Dimenticando l’arte, tutta italiana, di arrangiarsi, che senza aiuti costringerebbe capi azienda e capifamiglia a fare scelte magari dolorose, ma utili alla crescita economica e civile di tutti noi. Rinunciare a qualcosa del superfluo (l’ultimo smartphone per Natale, nonostante la crisi?) per mettere in primo piano le priorità, e forse anche i valori. Pierpaolo Pasolini lo aveva profetizzato, che il consumismo ci avrebbe divorati: se non lo ha fatto finora, è perché una generazione intera – quella, a spanne, del ’68 – ha comprato tempo per sé, scaricando gli oneri di tutto sui figli (precari) e soprattutto sui nipoti (straindebitati appena nati, o prima ancora di nascere). Una lunga vacanza a spese di altri, mentre il conto dell’irresponsabilità cresce giorno dopo giorno. E qui viene in mente un altro grande manager, che di Altavilla è stato non a caso il maestro. Raccontò un giorno Marchionne: “Era il 2004, alla Fiat perdevamo 5 milioni di euro al giorno. Tornai a Torino ai primi d’agosto e non trovando nessuno, chiesi dove fossero tutti. ‘Sono in ferie’, mi risposero. ‘Ma in ferie da cosa?’, replicai io”.

Siamo esattamente in quella situazione. Perdiamo miliardi al giorno, e c’è bisogno che qualcuno ci apra gli occhi. Prima che la realtà si incarichi di farlo.