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di Stefano Sannino
Non è certo un segreto che tempi straordinari richiedano misure straordinarie, eppure tali misure straordinarie appaiono, agli occhi dei cittadini, ogni giorno sempre più ingiustificate e pesanti. In parte a causa della speranza che con il nuovo anno le cose sarebbero cambiate, in parte a causa delle condizioni psicologiche sempre più gravi di molti italiani, ogni nuovo decreto viene atteso dai cittadini con ansia e preoccupazione, certi che questo determinerà la fine del loro lavoro, di quel che resta della loro vita sociale, della loro forza mentale.
Questa nuova condizione mentale, certamente dipende – come molti sostengono – dalla lunga durata di questi tempi straordinari che tutti stiamo vivendo, anche se a ben vedere, può esserci anche un altro fattore, più profondo e più radicato, che ha determinato la condizione in cui siamo oggi: l’assenza del dibattito.
Affermare una cosa simile, in tempi dove ogni giorno si assiste a nuovi dibattiti televisivi con oggetto la situazione sanitaria mondiale, può apparire un’assurdità. Ma non è così. A ben vedere tra le tante domande nessuno si è posto la domanda primaria: il diritto alla salute vale davvero di più di ogni altro diritto naturale o costituzionale?
Questa domanda non è stata posta alla cittadinanza, né probabilmente se l’è posta il governo, il quale ha basato ogni sua decisione dell’ultimo anno, sull’assunto che la salute valesse più di ogni altra cosa e che dunque il diritto alla salute, per essere ottenuto, giustificasse misure di restrizione sempre più severe e forti.
Ciò non significa che i nostri governi avrebbero dovuto lasciarci morire per strada, ma piuttosto che ciò che maggiormente ha influito sullo stato mentale dei cittadini italiani odierno è la privazione della scelta a cui sono stati obbligati; la privazione, cioè, di poter decidere del loro futuro e delle loro priorità, nonché anche delle libertà comuni e collegiali.
Se prolunghiamo questa impossibilità per un arco di tempo che raggiunge quasi un anno di durata, ecco che la situazione psicologica precaria a cui tutti noi siamo inevitabilmente sottoposti diviene perfettamente giustificabile e comprensibile: l’uomo senza libertà muore dall’interno, si sente incapace di afferrare la vita che sta vivendo e di godere del tempo che trascorre in questa esistenza. Questa alienazione mentale dal mondo è la diretta conseguenza, non del Covid, né del lockdown, ma della impossibilità di scegliere per sé che, giustamente o ingiustamente, è stata imposta dai governi di tutto il mondo ai suoi cittadini.

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