di Stefano Sannino

Si dice che la moda sia fatta di “corsi e ricorsi”, di tendenze cioè che tendono a ripetersi ogni due decenni, riportando in auge vecchi gusti estetici e declinandoli in un’accezione più moderna. Ma è davvero così?

Una delle chiavi di lettura più utili per comprendere il senso di evoluzione della moda, è certamente quello fornitoci dall’estetica, ovverosia da quella disciplina filosofica che si occupa dello studio della forma e del suo collegamento con l’essenza ad essa connessa. Nessuna altra disciplina può fornirci un’interpretazione più profonda della materia, proprio perché connette ciò che appare a ciò che è, ciò che sembra a ciò che si cela dietro a questo “sembrare”. E allora, se analizziamo l’evoluzione del gusto estetico umano, scopriamo che questo non sia affatto fondato sul mito dei “corsi e ricorsi” ma sia piuttosto una lunga linea retta in continua evoluzione e cambiamento, influenzata da una innumerevole quantità di fattori, sopra i quali spicca sicuramente il contesto culturale di riferimento, ma anche – per esempio – l’innovazione tecnologica o l’attaccamento alla tradizione. Tutti questi elementi, che a loro volta cambiano e si sviluppano con il tempo, hanno una grandissima influenza su quello che è il nostro senso estetico, il nostro gusto nel vestire e nell’abbigliarci. Anni fa, per esempio, sarebbe stato impensabile proporre degli abiti sci-fi o integrare la tecnologia nella realizzazione e nella presentazione delle collezioni.

Ma non solo: con il cambiare della cultura, cambiano anche le generazioni che hanno, per definizione, punti di riferimento differenti tra loro. La Generation Z, per esempio, ovvero quella generazione successiva al 1997, essendo nata e cresciuta in un contesto ultra-tecnologico ed iper-globalizzato, è una generazione che si aspetta dai marchi di abbigliamento che questi rispecchino, attraverso la loro estetica ed il proprio potere economico, una serie di “credenze” per loro imprescindibili: inclusività, anti-razzismo, anti-omofobia, distruzione del concetto di “mascolinità tossica” che pervade la nostra società. Ed ecco allora che le maison hanno dovuto calibrare il proprio senso estetico su questi messaggi, per conquistare le attenzioni di questi giovani e della loro nuova cultura.

Con l’emersione di una nuova generazione e della sua cultura di riferimento, cambia anche la domanda all’interno del fashion system e dunque anche l’offerta cambia di conseguenza, andando lentamente, ma inesorabilmente, a modificare anche l’estetica generale di riferimento ed i messaggi che questa veicola.

Negli ultimi anni questo processo si è esasperato, portando la battaglia che Franca Sozzani aveva avviato con Vogue Italia ed i suoi shooting “scandalosi”, ad un livello ancora più alto: la moda ha capito che per conquistare le nuove generazioni è necessario combattere al loro fianco le loro battaglie: ed allora, finalmente, “l’amico” di uno stilista famoso non è più tale, ma viene chiamato “fidanzato”, la 36 non è più l’unica taglia, la modella bianca è stata affiancata e sostituita da quella di colore, gli uomini possono indossare lo smalto, la bellezza non è più quella apollinea del mondo classico, ma è diventata inclusiva, globale, in evoluzione.

Tutto questo, ovviamente, se nasce come un’esigenza di marketing tende poi a diventare una ferma convinzione anche di chi non appartiene alla generazione dominante, perché il cambiamento, seppur piccolo, non può essere fermato né direzionato altrove. Le esigenze di vendita hanno spinto forse la moda a combattere battaglie che non voleva inizialmente combattere, ma la cultura – che si insinua nelle nostre menti – fa perseverare in queste battaglie, induce ad un cambiamento giusto, etico, inclusivo ed inarrestabile.