di Livia Caliopi Biro

 

La parola coniata nel 1986 dall’ambientalista Jay Westerveld, deriva dal termine “whitewashing”, che indica un tentativo di nascondere informazioni reali e corrette dalle persone.

Il greenwashing è una strategia marketing aziendale che trae vantaggio dall’aumento dell’interesse pubblico sulle questioni relative all’ambiente e le cui dichiarazioni sulle pratiche e prodotti sono false o ingannevoli. Le aziende, per crearsi un’immagine favorevole, comunicano messaggi positivi senza condividere informazioni complete (fonte Condé Nast).

A gennaio di quest’anno la Commissione Europea ha pubblicato i risultati di un controllo di siti online con l’obbiettivo di individuare violazioni della legislazione UE relativa ai consumatori. I risultati dimostrano che più della metà dei venditori non offre informazioni sufficienti per permettere ai consumatori di giudicare il valore e la correttezza delle dichiarazioni. Nel 37% dei casi, le dichiarazioni comprendono informazioni vaghe e generiche con l’obiettivo di far pensare al cliente che i prodotti non abbiano un impatto negativo sull’ambiente. Nel 59% dei casi i rivenditori non condividono risorse facilmente accessibili che possano supportare tali dichiarazioni.

In particolare per quanto riguarda il settore moda, la grande difficoltà per i consumatori è riuscire ad identificare il valore reale di un capo ed essere informati prima di fare acquisti.

Ci sono varie segnali d’allarme riconoscibili tra cui:

  • •condivisone di informazioni parziali ed insoddisfacenti
  • •l’assenza di certificazioni o dati
  • •dichiarazioni non giustificate
  • •l’uso vago di parole d’impatto come “sostenibile”, “eco-friendly”, “naturale, “vegan”
  • •l’assenza di indicazioni su chi ha creato i vestiti e dove
  • •elementi dell’imballaggio ed esposizione del prodotto che rimandano alla Natura, ma senza alcuna spiegazione concreta che li giustifichi.

Sembra essere pressoché impossibile riuscire a conoscere la storia vera dietro i capi di abbigliamento e di accessori. Come combattere questa piaga che perpetua l’impatto dannoso provocata dall’industria della moda sulla natura?

Le persone, sempre più informate, hanno la responsabilità di essere curiose e critiche e di aprire un dialogo con le aziende da cui hanno l’abitudine di comprare. A loro volta, i brand devono abbandonare la comunicazione di puro impatto e privilegiare la condivisione trasparente e contenuti di sostanza. Solo così può iniziare una vera lotta alla disinformazione sulla merce e sulle filiere.