di Roberto Donghi

L’Italia, per il tramite del suo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, parla ancora di pace, di trattative e di tavoli di confronto sulla crisi (guerra) libica in uno scenario che sempre più esplicitamente rifiuta il dialogo per imbracciare le armi.

La posizione italiana è stata di non intervento, di vaghe ed astratte dichiarazioni formali, senza aver fornito materiale sostegno all’alleato Al Sarraj, lasciando così totale libertà di azione ai turchi ed ai russi.

Tre giorni fa, infatti, l’assedio di Tripoli è stato definitivamente rotto ed Al Sarraj, di rientro da un incontro con Erdogan, è potuto rientrare trionfalmente nella sua capitale.

Ad accoglierlo il vice premier Ahmed Maitig, anch’egli rientrato da poco da Mosca, città nella quale avrebbe pianificato le prossime mosse dell’avanzata contro le forze del generale Haftar.

A fronte dell’avanzata, il governo egiziano del generale Al Sisi, alleato di Haftar, ha proposto un cessate il fuoco che è stato respinto oggi da Tripoli.

Al Sarraj, Putin ed Erdogan non hanno intenzione di perdere lo slancio ed il vantaggio acquisito dopo 14 mesi di assedio e continueranno dunque la loro avanzata verso est, cercando di controllare.

Chi ancora non ha compreso la situazione è proprio il governo italiano.

Il primo ministro Conte ha avuto una telefonata con il presidente egiziano (quindi con il rivale del nostro alleato) che ha visto come temi “la stabilità regionale, con particolare riferimento alla necessità di un rapido cessate il fuoco e ritorno al tavolo negoziale in Libia, e la collaborazione bilaterale, da quella industriale a quella giudiziaria, con particolare riferimento al caso Giulio Regeni”.

Anche dalla Farnesina fanno sapere che “L’Italia ha sempre sostenuto ogni iniziativa che, se accettata dalle parti e collocata nel quadro del processo di Berlino, possa favorire una soluzione politica della crisi libica. A questo fine, auspica che tutte le parti si impegnino in buona fede e con spirito costruttivo nella ripresa dei negoziati 5+5 per la definizione, sotto la guida delle Nazioni Unite, di un cessate il fuoco duraturo”.

Parole vuote, che non aiuteranno al Sarraj a riprendere il controllo del paese e che non serviranno ad impedire ciò che oramai appare spaventosamente reale: il mediterraneo diviso tra Turchia e Russia.

Una fine vergognosa, che porta l’Italia fuori dall’Africa e l’Europa arroccata su Tunisia e Marocco, influendo sempre meno in un continente spartito tra regimi illiberali (tra i quali spicca la Cina).

Una triste fine per noi che perdiamo un altro pezzo della poca influenza che ci era rimasta e per la Libia che perde un partner europeo e democratico, con relativi benefici economici e sociali.

Una tristissima parabola discendente per un ministero, quello degli esteri, che oggi vede alla sua testa l’incapacissimo di Maio ma che ai tempi di Giolitti, con Antonino di San Giuliano, di successi in Libia ne aveva ottenuti eccome.