di Susanna Russo

Si forma giovanissima alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi e segue il lavoro di Carmelo Bene, Luca Ronconi, Thierry Salmon, Romeo Castellucci e Cesare Ronconi. Fonda insieme al regista teatrale Renzo Martinelli la compagnia Teatro Aperto, oggi Teatro i. Gestisce con Martinelli e con Francesca Garolla l’omonimo spazio a Milano, una vera e propria factory del teatro contemporaneo. E’ attrice protagonista di innumerevoli produzioni della compagnia. In teatro ha lavorato tra gli altri con Teatro Valdoca, Valerio Binasco, Valter Malosti, Antonio Latella, Luca Micheletti, Sonia Bergamasco, Motus, Fanny & Alexander, Andrea Chiodi. Ha ricevuto numerosi premi come miglior attrice protagonista: Premio Ristori, Premio Olimpici del Teatro, Premio della Critica, Premio Franco Enriquez, Menzione d’onore e Premio Eleonora Duse, Premio Ubu, Premio San Ginesio all’arte dell’attore.                                                                                                                                                                              Al cinema esordisce nel 2010 in Happy Family di Gabriele Salvatores, seguono, tra gli altri, Bella addormentata di Marco Bellocchio e Un giorno devi andare di Giorgio Diritti (2012), Il capitale umano di Paolo Virzì (2014), Antonia di Ferdinando Cito Filomarino (2014), La vita oscena di Renato De Maria (2014), Sangue del mio Sangue di Marco Bellocchio (2015), Pagliacci di Marco Bellocchio (2016), Gli sdraiati di Francesca Archibugi (2017), Benedetta follia di Carlo Verdone (2018), Radioactive di Marjane Satrapi (2018), Mi chiedo quando ti mancherò di Francesco Fei (2019), Supereroi di Paolo Genovese (2019). È una delle protagoniste della serie tv Luna Nera, prodotta da Fandango e Netflix. Lavora a un ampio progetto ibseniano coprodotto da Teatro Franco Parenti/Ctb/I Guitti con il regista Luca Micheletti, con il quale condivide la scena in Rosmersholm-Il gioco della confessione e in Peer Gynt- Suite. È protagonista di un avvincente percorso che attraversa l’opera di Giovanni Testori: partendo dai Tre Lai incarna la regina Erodiàs, in entrambi i casi diretta da Renzo Martinelli e nel 2019 è La Monaca di Monza diretta da Valter Malosti.
Si dedica a un percorso parallelo al teatro costellato di letture poetiche in dialogo con musica dal vivo insieme a compositori e musicisti contemporanei. Tra i readings si ricordano Dora Pro Nobis di Concita De Gregorio, Variazioni Furiose dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e Insieme di e con Mariangela Gualtieri. Nel 2020 avvia un percorso radiofonico con Radio3 collaborando con Andrea Liberovici alla realizzazione dei programmi Maestranze e Maestranze digitali. Per Teatro i è ideatrice e conduttrice del format Emersioni – Dialoghi tra attrici. Collabora come attrice e modella alle sfilate e agli spettacoli di Antonio Marras.

È adesso in scena alle Fonderie Teatrali Limone con Le sedie di Ionesco, prodotto dal Teatro Stabile di Torino, per la regia di Valerio Binasco.

Insieme a Francesca Garolla e Renzo Martinelli gestisci il Teatro i, piccolo ma rinomato teatro del panorama milanese. Cosa ha rappresentato per il Teatro i l’arrivo del Covid con annesse restrizioni e chiusure?

«Sicuramente ha acuito, dal punto di vista strutturale, delle problematiche che c’erano già in precedenza, una su tutte la capienza della sala. In questo momento noi non possiamo pensare ad una riapertura, poiché non avrebbe senso rendere di nuovo accessibile una sala che può ospitare 12 spettatori. Per noi non sarebbe sostenibile. È uno spazio del Comune di Milano per il quale da anni è in programma un progetto di ristrutturazione, che per vari motivi fino ad ora non è stato attuabile e non credo le cose si smuoveranno nel prossimo futuro. Abbiamo comunque deciso di continuare con una nostra stagione, e per farlo abbiamo voluto approfondire ed ampliare l’attenzione su tematiche che già ci appartenevano, come ad esempio la drammaturgia. Il nostro punto di forza è quello di essere un polo culturale con iniziative e spinte innovative, ma dal punto di vista pratico, come molte piccole realtà teatrali, stiamo affrontando una situazione molto critica.»

 

A proposito delle vostre iniziative e dei progetti che avete intrapreso durante questo periodo di chiusura, una di queste, come hai accennato, è volta a dar voce ai giovani drammaturghi e prende il nome di Pubblicazioni. Vuoi parlarci di questo progetto?

«Noi abbiamo sempre nutrito un interesse per il teatro contemporaneo. È importante per noi dare voce alle parole di oggi ed è importante dare spazio a chi racconta la contemporaneità. Abbiamo effettuato una call a tutti i drammaturghi emergenti, e in tutta risposta ci sono arrivati 200 testi, di cui la maggior parte ha trovato posto in una biblioteca virtuale sempre consultabile, e c’è così la possibilità di incontrare anche gli autori nel momento in cui si volessero mettere in scena i loro testi. Inoltre nella sala del Teatro i si stanno realizzando dei podcast dei 5 testi vincitori, coinvolgendo attori professionisti anche molto importanti. Abbiamo mantenuto e ampliato il nostro pubblico attraverso questa iniziativa e anche attraverso “Emersioni: dialoghi tra attrici”, che è il mio incontro virtuale con le attrici.»

 

Ecco, cosa possiamo dire invece riguardo Emersioni?

«Emersioni è un progetto che mette a confronto ogni volta, attraverso un dibattito profondo ed articolato, due attrici appartenenti a due generazioni diverse. Non si tratta quindi tanto di un confronto tra attrici emergenti ed affermate, perché alcune delle giovani hanno già un loro posto nel panorama teatrale italiano. Con alcune colleghe avevamo già sviluppato dei dialoghi informali durante il periodo del lockdown, e questo ha fatto sì che io mi sia sentita fin da subito molto vicina, a livello artistico, alle attrici. È interessante poi mettere a confronto artiste che hanno vissuto e vivono il teatro in momenti diversi, e che si ritrovano quindi davanti a problematiche e gioie diverse. Io mi occupo di moderare questi dialoghi, e tengo particolarmente a questo progetto e a questo ruolo perché so che non è banale scegliere di diventare un’attrice teatrale, fare questo per tutta la vita, e accettare che vita e teatro diventino un tutt’uno, e questo vale per tutte noi. Si è creato un gruppo solidale e “d’amorosi sensi” con le mie colleghe, ed ogni volta che qualcuna racconta se stessa attraverso questi incontri, ognuna delle altre si riconosce e si ritrova in alcune delle sue parole. Spero che questo tipo di condivisione continui.»

 

Commentando l’addio al Teatro toscano da parte del Direttore Artistico del Teatro di Scandicci, hai scritto una tristezza in più. È un periodo di tristezze per il Teatro italiano? Lo è da prima della pandemia?

«Io ieri sera ho avuto la possibilità di debuttare a Torino davanti ad un pubblico “vero”, siamo stati i secondi in tutta Italia, e mi sentirei un’ipocrita in questo momento a parlare di “tristezza”, ma non possiamo fingere che non stia avvenendo un cambiamento di panorama. Le esperienze più piccole, pionieristiche e di ricerca, più legate alle compagnie, ma anche alle tournée, insomma tutto ciò che riguarda un teatro più avventuriero, è molto a rischio. Il panorama dei Teatri Nazionali sta reagendo alla situazione, ma questo riguarda chiaramente più la grande distribuzione.  La parte del piccolo artigianato e dell’avventura singola che caratterizza il nostro Paese in ogni ambito, perché l’Italia è un paese di artigiani e di piccole imprese a conduzione famigliare, sta soffrendo moltissimo. Era una dimensione a rischio già prima della pandemia, ora la situazione è gravissima. Ci sono tanti colleghi che sono a casa e tante strutture che non possono più sognare e vivere le avventure degli anni ’80 e ’90.»

 

Secondo te si riaccenderanno i riflettori sul panorama teatrale italiano?

 «Per capire questo ci sarà bisogno di un po’ di tempo. Bisogna vedere quale sarà la reazione del pubblico, che adesso ha anche molto altro a cui pensare. Bisogna poi capire in che modo si assesterà il sistema; se sarà propulsore di nuove energie, e ricercherà testi nuovi, adeguati, urgenti ed utili, potrebbe funzionare. Così non sarà se invece si faranno delle scelte di convenienza, ci si accomoderà su determinati nomi, su ciò che può avere una presa maggiore e sui grandi numeri, così da attirare il pubblico disperso.»

 

Ieri sera alle Fonderie Teatrali Limone c’è stata la prima di Le sedie di Ionesco, prodotto dal Teatro Stabile di Torino, per la regia di Valerio Binasco, che ti vede protagonista insieme a Michele Di Mauro. Cosa rappresenta per te essere in scena ora e con questo spettacolo?

«Io mi sento fortunata e privilegiata. Non ho lavorato in questi mesi, al di là dei miei progetti ed iniziative, ed era da tanto che non partecipavo a delle prove a tutti gli effetti. Sento di avere il privilegio, a differenza di molti miei colleghi, di essere di nuovo in scena, e di questo sono molto grata. In più, e mi dico che forse un po’ me lo sono anche meritato perché nulla succede per caso, questo è anche un progetto che mi piace moltissimo, curato con grande grazia ed amore, dietro cui c’è una grande squadra. Recitare con Michele Di Mauro è sempre un godimento e una sorpresa. Ecco, per me questo è un testo urgentissimo e molto utile ora, soprattutto per come è stato interpretato da Binasco. È la storia di due vecchissimi che aspettano degli invitati che non arrivano mai, si fa quindi  metafora del presente e delle sorti del Teatro»

 

Per concludere: in questi mesi di chiusura forzata dei teatri ci si è rivolti e si sono ascoltate le testimonianze dei lavoratori dello spettacolo. Vogliamo dire qualcosa agli spettatori adesso?

«Agli spettatori possiamo dire che il Teatro è un’esperienza, così come, ad esempio, l’istruzione. Accadono in luoghi in cui l’essere umano cresce incontrando e confrontandosi con altri esseri umani, ed io penso che tutto questo sia insostituibile per la crescita personale. Al di là dell’ambito teatrale, vorrei dire di prestare molta attenzione al rischio di chiudersi. Ci sono molte restrizioni da rispettare e c’è anche grande dolore, ma adesso è importante incontrarsi. Tutto questo non va preso come pretesto per chiudersi ed isolarsi, finiremmo per confrontarci solo con noi stessi e non cresceremmo più.»