di Gabriele Rizza

Le battaglie dell’ormai lontanissimo medioevo lasciavano sul campo al massimo poche decine di morti. Addirittura, in alcune occasioni, più che a mietere vittime, gli eserciti pensavano più a prendere ostaggi tra i nemici, perché la guerra era appannaggio della nobiltà e non dei ceti più poveri. I nobili provvedevano al proprio addestramento, al proprio equipaggiamento e al proprio cavallo, in virtù di questo avevano una serie di privilegi, come non pagare le tasse e l’ottenimento di un feudo. Esistono cronache di battaglie con circa tre morti e scontri tra poche centinaia di cavalieri. Un mondo lontanissimo se pensiamo alla guerra fredda e robotica fatta di mitragliatrici e cannoni di lunga gittata, dei bombardieri e delle bombe, tutte armi nate dall’età dei lumi in poi, le armi della ragione.
La guerra in Ucraina ci mostra l’esempio dello stadio di disumanità raggiunto dalle guerra moderne. Disumana sia perché la guerra è in sé e per sé disumana, in quanto toglie la vita ad altri simili, ma anche perché decade ogni virtù umana cantata dai poemi di guerra, se basta premere un bottone a Mosca o New York per colpire un obiettivo a mille chilometri di distanza. Si è più vicini alla alla Banalità del male descritta da Hannah Arendt che alla tanto in voga guerra umanitaria. Vincenzo Camporini, generale italiano classe 1946, sulle pagine del Corriere della Sera, ha lanciato una delle più profonde riflessioni dallo scoppio del conflitto ucraino in poi: “ci si domanda se sia accettabile un combattimento così impari, in cui il bersaglio non abbia la possibilità di minacciare chi lo tiene sotto tiro, standosene anche a migliaia di chilometri di distanza”. La storia è così delle guerra in Medio Oriente, da una parte c’è il Paese attaccato, inerme nell’esercito e soprattutto tra i civili, alla mercé della tecnologia distruttiva, dall’altra la super potenza che, da una stanza di una base chissà quanto lontana dal teatro di guerra, clicca con la stessa facilità di “un like” su Instagram e distrugge edifici civili, infrastrutture, fa strage di essere umani.
I droni sono il simbolo della disumanità della guerra. Il giornalista Massimo Fini, in uno dei suoi provocatori saggi, Elogio della guerra (1989), scrive “Il combattente che non combatte perde ogni legittimità, quella particolare legittimità che si ha in tempo di guerra di fare ciò che è assolutamente proibito in quello di pace, cioè uccidere. Questa legittimità esiste solo se si può essere, altrettanto legittimamente, per dir così, uccisi. Se uno solo può colpire e l’altro solo subire si esce dall’ambito, pur drammatico, della guerra e si entra in quello dell’assassinio”. La trasposizione in chiave guerresca di un mondo in cui è sempre più difficile per il debole individuare l’oppressore, spesso nascosto dall’anonima globalità della finanza e dalle associazioni transnazionali. Non c’è più solo l’esercito invasore o il capitale nazionale sfruttatore, individuabili e quindi controllabili. Non è un caso se ai tempi della Guerra Fredda c’era un equilibrio sia in guerra che tra i diritti sociali, mentre oggi il debole è sempre più isolato, al massimo costretto a  combattere con altri deboli.