di Gabriele Rizza

Già in un pezzo di inizio agosto noi de La Critica avevamo messo in guardia i lettori da una costante della campagna elettorale fatta dal fronte liberal – progressista del Partito Democratico&co e del mainstream ideologicamente affine, ossia lo spauracchio della reazione degli stati esteri occidentali e dei mercati davanti una possibile vittoria del centrodestra, in particolare nel caso di Giorgia Meloni Premier. Scrivevamo su queste colonne: “… sul fronte della politica estera, per il mainstream, il “ritorno del fascismo” tramite Giorgia Meloni equivarrebbe a discredito e poca credibilità internazionale, specie ora che la politica estera è alla ribalta per gli eventi ucraini. Prende piede un antifascismo di prestigio e credibilità internazionale”. A pochi giorni dal voto possiamo ufficialmente dire che, il tema pericolo per l’estero, più che una costante della campagna elettorale è stata la campagna elettorale in sé. Luigi Di Maio, passato dal partito che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno al partito del Re, e cioè dell’appiattimento allo status quo dell’Italia, in veste di Ministro degli esteri tuonava alla Camera così: “Questa situazione economica può peggiorare con il trio sfasciatutto – Meloni, Salvini e Berlusconi – una coalizione che sta mettendo a rischio l’Italia: con il rischio di portarla in una vera e propria guerra economica“. O ancora più recentemente, sembra che l’Ungheria sia diventata di prim’ordine negli affari italiani: da Letta a Draghi, ancora Di Maio e la galassia liberal dello spettacolo, puntano a indebolire Giorgia Meloni per le sue posizioni morbide nei confronti di Orban, quasi si fosse schiarata con lui e contro il resto d’Europa.

La questione è ben più profonda di quanto scrivevamo un mese fa. Se nel metodo questo spaventare gli italiani facendoli sentire in pericolo economico non è una novità, ma sola continuità con la retorica dell’antifascismo, è nuovo nel merito per via delle ripercussioni interne ed esterne dello Stato italiano e, in generale, del galateo istituzionale e democratico. Partiamo dal “salvatore della patria”, Mario Draghi. Nella sua recente conferenza stampa, mentre la querelle Ungheria – Meloni impazza sui giornali, annuncia con modi enigmatici che un’Italia più forte sta dalla parte dei più forti. Tradotto: si sta con Francia e Germania, non con l’Ungheria. A conti fatti, è in queste dichiarazioni che si denota l’antieuropeismo. Se l’Europa unita è composta da 27 paesi e però c’è chi “comanda”, significa che non esiste alcun tipo di parità sostanziale. Siamo all’epoca delle grandi guerre, quando le politiche di Francia e Germania determinavano il destino dell’Europa, con le alleanze, patti economici e le guerre. Se l’Europa è fatta di 27 Stati membri significa che, a seconda delle tematiche, uno Stato può cercare sponda in un altro per mediare con gli altri e trovare una soluzione comune. Gli italiani sanno benissimo lo stato reale delle cose, colpisce però che a certificare l’assenza dell’UE sia proprio Mario Draghi e a ruota chi lo sostiene (Renzi, Calenda, Pd), ossia i maggiori sponsor dell’UE in Italia. Si accusano altri partiti italiani di nazionalismo ma si avalla quello di altri paesi.

E poi abbiamo ancora Luigi Di Maio ed Enrico Letta. Quest’ultimo a pochi giorni dal voto si presenta alla sinistra tedesca per dire insieme quanto possa essere pericolosa un’Italia guidata dal centrodestra, mentre Luigi Di Maio continua a far campagna elettorale sul pericolo economico. I due politici sono certamente liberi di dire quello che vogliono e di accalappiare i voti come meglio credono. In questo caso c’è però un elemento unico al mondo: se parli in questi termini dei tuoi competitor politici non stai parlando male solo degli avversari ma dell’Italia. Soprattutto ora che la legge di bilancio segnerà il destino degli italiani nel prossimo carissimo inverno. E poi, è dignità di un politico non sfruttare ad esempio il The Guardian per fare campagna elettorale. È stile e semplice amor patrio.