di Martina Grandori

Siamo tutti abituati a vivere negli schemi di in un tran tran quotidiano, organizzato, capace di andare avanti davanti a qualsiasi evento, la nostra routine non conosce la parola stop.

Siamo tutti dei guerrieri della quotidianità, grandi e piccini. Ma appena si ingolfa, si interrompe questo tran tran, questa regolarità, appena i binari saldi, magari noiosi e faticosi, ma saldi, della nostra vita si spaccano per un qualsiasi motivo, ecco allora che scatta una grande paura.

Scatta la famigerata crisi, siamo tutti allo sbando. Sebbene si viva da anni in tempi di precariato, di crisi economica, di crisi di valori, sono spesso situazioni, sentimenti che in qualche maniera riusciamo ad incasellare nel mosaico della giornata.

Il famigerato Coronavirus è stata la rottura di quei binari della quotidianità, delle certezze di alzarsi la mattina e ripetere come robot tutto senza pensare, senza soffermarsi, senza ragionare. Il Coronavirus ha rotto una catena di comodità e soprattutto di automatismi che ha mandato in crisi la vita di tutti.

Per carità, nessuno vuole sminuire l’enorme dramma generato da questo virus  che ha messo, e metterà ancor di più, in ginocchio le economie del mondo intero. Ma purtroppo questa epidemia ha portato alla luce una grande paura insita nell’uomo, la precarietà, l’idea di vivere, come si suol dire, intere giornate alla giornata, senza poter fare affidamento su tante ritualità di cui ormai non possiamo fare a meno.

Però la vita, se ci si pensa è di per sé qualcosa di precario, di incerto nonostante si viva in una società iper-tecnologica, iper-avanzata in termini di medicina, iper-avanzata in termini di voglio tutto e in poco tempo, una società iper-pianificatrice che senza programmare e incasellare non riesce a sentirsi al sicuro.

Di default tendiamo sempre a organizzare come un’agenda minuti e ore della giornata, delle nostre vite. Ora è arrivato il momento di fare un attimo una sosta, di capire che la vita non ha sempre certezze, che in attimo le cose possono cambiare.

Pensiamo a quelle popolazioni vittime di catastrofi naturali: in un attimo si ritrovano senza tutto ma poi ripartono. E dalle grandi crisi possono nascere cambiamenti positivi. A patto però di riprendere un dialogo a tu per tu con  logica e ratio, la paura è un motore ad ingegnarsi, chi ha paura cerca una soluzione, invece l’angoscia passiva, l’allarmismo ignorante dilagante, generati soprattutto dai social e dalle fake-news, sono la risposta sbagliata.

Pensiamo pere esempio a tutto il tumulto generato dalle famiglie – e spesso sono quelle più agiate che mandano i figli a scuole private internazionali – che per una sola settimana di chiusura in più delle scuole, per quell’incertezza sul da farsi di appena cinque giorni effettivi, hanno fatto un caravan serraglio. Dalle loro reazioni, dal loro allarmismo sembrava che la scuola chiudesse un mese, che tutte le certezze fossero sfumate.

Pochissimi hanno pensato al risvolto positivo della medaglia, ad una settimana anomala come opportunità di vita in famiglia, di vita semplice.

Se ci si pensa con un po’ di lucidità, si tratta solo di mettere in atto un piano B della quotidianità, frutto di riflessioni dove si torna a riconsiderare l’idea che non tutto può essere definito a priori, le emergenze ci sono e non sono solo le simulazioni che ti insegnano a gestire (apparentemente) nei training delle grandi aziende.

Non è facile ma ce la possiamo fare, le famiglie possono tornare ad essere dei nuclei autonomi dove si ritorna ad una vita più semplice ma all’insegna dell’unità. Pensiamo all’Italia di 70 anni fa, si viveva senza troppe certezze ma poi è stato il boom della grande rinascita.

Paura sì, certo, Coronavirus fa paura. Ma non fermiamoci allo stadio dell’allarmismo cieco. Pensiamo e comportiamoci di conseguenza. Prendiamo esempio dai nonni, sopravvissuti agli stenti della guerra, vissuti nell’incertezza del domani, esempio da cui prendere spunto.