di Angelo Portale

La Pasqua (“passaggio”) è dietro l’angolo e noi siamo tutti, ancora, in una situazione di totale incertezza e precarietà. Ognuno a suo modo si sta chiedendo dov’è Dio in questo periodo. Il mondo sta “passando” per una trasformazione radicale. Mi sto chiedendo cosa, in questo momento, possa dire di significativo, al mondo intero, la Pasqua cristiana. E non solo a chi non è cristiano. Anche i cristiani stessi, molti, sono sfiduciati. Messi in crisi dalle conseguenze psicologiche ed economiche di questa pandemia. Vacilla anche la fede. E per favore non ditemi che chi vacilla è perché ha il cuore troppo attaccato alle cose materiali. Non vi credo. È facile fare sermoni agli altri quando si hanno le spalle coperte… Io non voglio correre il rischio, con le mie parole, di ferire quelli che si trovano nella disperazione, nell’inferno, nel non senso. Spesso, malgrado credo di credere, io mi ci trovo a passare per quei luoghi…

Ho sempre creduto che le parole di speranza e di fede, date in modo dogmatico, quasi con la presunzione di essere certi della loro efficacia, possano essere pugnalate per chi è ferito, o affossare ancora di più chi già ha poca forza, o spegnere addirittura, quella piccola fiammella di fede-disperatamente-rassegnata (preziosissima gli occhi di Dio) in chi è allo stremo. Non me la sento di dire “coraggio” a chi coraggio non ha. Si sconforterebbe di più. Non me la sento di dire «Cristo è risorto», tutto spavaldo, a destra e a manca. Quest’anno sento il bisogno di guardare negli occhi chi attraverserà la mia vita il giorno di Pasqua. Sento il bisogno di sentire il suo sentire. Sento il bisogno di essere osservato anche io negli occhi. Sento il bisogno che gli altri sentano il mio sentire. Sento il bisogno, anche se è Pasqua, di piangere accanto a chi piange. Sento il bisogno, anche se è Pasqua, di avere qualcuno che pianga accanto a me, qualora avessi bisogno di piangere. Non voglio frasi di circostanza, tanto più vuote quanto più sentite come obbligo. Gli schemi si sono rotti ormai.

Io so a chi ho creduto. Io so in Chi credo. Io so che Dio è più grande di ogni dolore e di ogni non senso. Lo so e a tratti lo sento pure. Ma quest’anno non vorrei sentirmelo dire e non vorrei dirlo. Vorrei sentirlo addosso, nella pancia. Vorrei farlo sentire addosso, nella pancia. Gesù è sceso sino agli inferi per portare la salvezza. A chi si trova negli inferi, quindi, non dite dall’alto della vostra ineffabile e angelica fede: «Cristo è risorto». Non serve. Non arriva. È troppo asetticamente ortodossa. Se vi sentite senza peccati, non parlate loro di peccati. Non ne avete il diritto, siete troppo puliti.

Se davvero il Messia è risorto dentro di voi, scendete negli inferi, non portatevi però il Catechismo della Chiesa Cattolica, neanche Gesù se l’è portato. Sedetevi accanto a quei residenti, chiedete come mai si trovano lì, ascoltate senza aprire bocca, chiedete se sono pronti ad uscire, aspettate con loro. Non abbiate paura di sporcarvi o di perdervi anche voi. Tranquilli. Che, se andate lì per aiutare Gesù risorto nella sua missione, e per un attimo abbandonate i vostri luoghi troppo sicuri e troppo comodi, Egli starà li con voi, insieme a voi, per far “passare” alla vita chi ha paura della vita. Si, paura della vita. Chissà perché. Chissà da dove viene, però più radicale, più diffusa, più pericolosa, della paura della morte.