di Angelo Portale

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Il verbo giudicare, nel suo significato più nobile, indica la capacità della ragione di fare discernimento su quanto accade, su quanto viene compiuto, sul valore morale di un atto. Giudicando, la ragione prende le distanze da un oggetto, un’azione, ecc., può comprenderla, farsene una idea, sceglierla o meno. Proprio perché siamo persone umane, dotate di ragione, è impossibile non prendere posizione su quello che accade.

Dovremmo però fare un discorso diverso se il nostro giudicare riguarda le persone e non più le azioni. In greco giudizio ha due sfumature: una che giustifica (ana-krino) e una che condanna (kata-krino). Poiché qui stiamo parlando di azioni umane, poiché ogni azione parte di solito dal cuore, cioè l’agente ha sempre una sua intenzione, e poiché le intenzioni le conosce solo Dio, solo Dio potrebbe giudicare. Quindi, una cosa è renderci conto che l’altro sta compiendo un’azione non buona, un’altra è giudicarlo, cioè condannarlo disprezzandolo. Ecco, Gesù proibisce categoricamente questo secondo aspetto del giudizio: il condannare. L’unico che potrebbe condannare al massimo potrebbe essere Dio che come abbiamo detto conosce i cuori. Malgrado tale conoscenza però, neanche Lui lo fa. Se non lo fa Lui, quale diritto abbiamo di farlo noi? Noi, piccoli esseri che spesso non riusciamo a vedere la di là del nostro naso!?

È doverosa la correzione fraterna, fatta con dolcezza e anche con molta franchezza, ma se manca l’amore, se c’è disprezzo verso l’altro, se c’è condanna, quella non è correzione fraterna ma accusa. Nella Scrittura l’accusatore è sempre Satana.

Questa modalità di giudicare-condannando è molto radicata negli esseri umani. Sarebbe utile che ognuno scoprisse perché ha questo atteggiamento, per capirne l’origine, quale è la radice. È vero sì che la radice comune è il peccato originale ma, il condannare gli altri, ha sempre anche cause legate alla nostra particolare storia personale e a come noi la interpretiamo. Il giudizio di condanna svela cosa ci portiamo nel cuore, cosa abita dentro di noi. Chi ha fatto esperienza della misericordia di Dio non condanna. Chi condanna non conosce la misericordia di Dio. Quando ti viene da condannare, intercedi piuttosto!

C’è però da fare una importantissima precisazione. La cultura dominante, con la scusa del non-giudicare, sta insinuando una forma di relativismo morale diabolico. Con il pretesto dei diritti personali, della libertà soggettiva ecc., sta distruggendo ciò che difende la dignità della persona umana: la legge naturale. Attenzione, non sto parlando di morale cattolica, oppure musulmana, ecc. No. Parlo di legge naturale, insita in ogni persona umana. Quindi, è vero che non dobbiamo condannare, ma è doveroso prendere posizione e chiamare male il male e bene il bene. L’affermazione tutto è relativo non può essere usata per giustificare tutto a nostra convenienza. La libertà non si realizza nelle scelte che feriscono la nostra e l’altrui dignità. Non tutto ciò che è possibile è anche dignitoso, non tutto ciò che è possibile è anche legittimo! Dire tutto è relativo significa dire che l’opinione di ognuno è assoluta e, poiché viviamo in un mondo dove spesso vige la legge del più potente, sarà sempre l’opinione dei più potenti a prevalere e non i diritti fondamentali.