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di Angelo Portale

Il Vangelo di questa prima domenica di quaresima racconta delle tentazioni di Gesù nel deserto. Mi fermo a riflettere, però, soltanto sul termine tentazione. In latino il termine è legato a tendere, tendere le mani verso qualcosa perché attratti da quella cosa. Ciò che tenta alletta e invoglia per cui vorremmo possederlo. In greco il termine è invece legato a peirázõ e significa: saggiare, provare.
<span;>Mettendo insieme le due sfumature semantiche possiamo dire che la tentazione è qualcosa che mette alla prova l’eventuale fedeltà o virtù di qualcuno in riferimento a dei principi etici riconosciuti, che portano l’istanza di fare il bene e di evitare il male.
<span;>Detto ciò, che significato dare alla tentazione? Beh, innanzitutto la distinzione tra bene e male. Usiamo tentazione per riferirci specificatamente alla scelta tra bene e male e non a quella tra due beni. In questo caso diciamo che essere tentanti è essere attratti da qualcosa che soggettivamente si desidera e piace perché riconosciuto come bene, ma oggettivamente la tal cosa non è un vero bene, non porta ad un vero bene, non ha conseguenze buone.
<span;>Dietro ogni tentazione c’è una forma di attrazione, di incanto, di lusinga, di seduzione. Ci chiediamo: perché qualcosa attrae? La risposta è che attrae perché l’intelletto la riconosce come un possibile bene per noi. Questo riconoscimento passa poi alla volontà che decide di muoversi per ottenere. Però, anche se la cosa che mi attrae io la considero soggettivamente un bene per me, non è detto che sia oggettivamente un bene. I desideri soggettivi vanno sempre confrontati con una gerarchia valoriale oggettiva e comune, per lo meno affinché ciò che voglio possedere (perché mi attrae) non causi un male all’altro, agli altri. Così, la tentazione è una prova che ci dà la possibilità di scegliere e, in base alla scelta, di conoscerci. Messa così, la tentazione è non solo utile ma necessaria. È la prova indispensabile per conoscere quanto dentro di noi è presente il bene e quanto è presente il male, il “test” per capire “dove ci troviamo”. Allo stesso tempo è l’opportunità per scegliere chi essere, chi diventare, la possibilità per avvicinarci di più a Dio o per allontanarci. È l’occasione per far morire l’io egoico (falsa identità e fonte di sofferenza) e far vivere il sé (vera identità e luogo di pace), quindi circostanza funzionale al libero arbitrio e manifestazione lampante della nostra presunta santità. La tentazione ci misura, ci valuta, ci verifica, ci santifica, ci salva. È non è vero quanto ha affermato Oscar Wilde che l’unico modo per liberarsi dalla tentazione è cederle. No. L’unico modo per liberarsi dalla tentazione è superarla, affrontarla senza paura, superarla con la santa astuzia, superarla per amore.

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