di Angelo Portale

 

Estrapolo dal Vangelo di questa domenica (Gv 3,14-21) i seguenti versetti.

«In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. […] Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

L’innalzamento di cui parla Giovanni è l’innalzamento sulla croce. Gesù fu innalzato sulla croce. A livello rappresentativo la croce non è un simbolo nato con il Cristianesimo. «Già in Egitto, in Cina, a Cnosso e a Creta, ne sono state attestate presenze sin dalla più remota antichità. A Creta si è trovata una croce di marmo del XV secolo a.C.». «Insieme al centro, al cerchio e al quadrato rappresenta i quattro simboli fondamentali per rappresentare cielo e terra, tempo e spazio. Grazie al suo orientamento verso i quattro punti cardinali, grazie all’intersezione dei due bracci in un centro, la croce è il più universale e il più totalizzante dei simboli». Nel Cristianesimo assume particolare importanza non la croce in sé ma il Crocifisso, cioè la persona di Gesù Cristo crocifissa. Egli diventa quindi il punto di intersezione e di incontro tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo. Per i cristiani il Crocifisso rappresenta la salvezza, sia perché mostra come vivere le difficoltà della vita per non restarne schiacciati e quindi come chiave d’interpretazione dell’esistenza, sia perché il Crocifisso risorge dopo tre giorni. È nella risurrezione, infatti, che va interpretata a livello definitivo la vita di Cristo e di ogni uomo. Accettare ciò che nella realtà è croce (quando non è possibile fare diversamente) è l’unico modo per non restare schiacciati da essa, l’unico modo per non resistere alla realtà e soffrire, l’unico modo per risorgere. Più della realtà, infatti, ci fa soffrire la nostra resistenza ad essa. Accettare la croce può voler dire saper accettare il presente, ogni presente, come un dono che ci porta alla crescita, alla consapevolezza, al ridimensionamento di ogni assoluto. La croce, nella vita, ha lo scopo di pulire l’anima dagli idoli e di far espandere la coscienza.

Oggi la Mindfulness, senza nulla toglierle, parla tanto del presente, dello stare consapevoli nel presente accettandolo, ma il Cristianesimo ne parla da più di 2000 anni e le tradizioni orientali da ancora prima. Sono molto diffuse le tecniche di meditazione e la gente ne ricava dei benefici reali e duraturi. Perché noi cristiani non siamo stati capaci di farlo in modo efficace? Perché queste cose, se sono rimaste, sono rimaste solo nei monasteri? Noi cristiani non siamo stati capaci di presentare o ripresentare, alle attuali esigenze psico-spirituali dell’umanità, le smisurate ricchezze simboliche, di “tecniche di crescita personale”, di preghiera, di meditazione, ecc., implicite nel messaggio di Gesù. Forse ci siamo troppo incancreniti su argomenti eccessivamente moralizzanti e dogmatici da perdere di vista altri strumenti che l’uomo sente più vicini alla sua esistenza e alle sue difficoltà. Non abbiamo saputo trarre dal nostro incalcolabile tesoro cose nuove per l’uomo di oggi. Forse perché non siamo divenuti veri discepoli del regno dei cieli. Chi è divenuto discepolo del regno dei cieli è invece capace di estrarre dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (cfr. Mt 13,52). Fossimo stati capaci di farlo, forse la New-Age e i cartomanti avrebbero preso meno piede …

Smettiamo di condannare, facciamo mea culpa e diventiamo veri discepoli del regno dei cieli, capaci di estrarre dal nostro tesoro la sua perennità e non le cose da sacrestia. Cioè che è perenne è sempre interessante, attuale profetico. A chi è disperato, oggi, non interessano le meschine parrocchiosità o i conciliaboli da sacrestia o da curia. Interessa la salvezza, una salvezza che però sappia parlare al suo cuore. Una salvezza limpida, cristallina, radicale quindi evangelica, ma significativamente vicina alla sua esistenza in questa attuale realtà socio-antropologica.