di Angelo Portale

[segue dall’articolo di martedì scorso]

Riprendiamo la nostra riflessione sulla sincronicità. Ci eravamo lasciati con quest’ultima affermazione: «[…] la sincronicità è la colla dell’universo e il suo serbatoio è l’inconscio collettivo, substrato comune tra psiche e materia». Ora è opportuno dare delle definizioni a questi nuovi concetti introdotti da Jung.

Definiamo la sincronicità come «[…] una connessione a-causale fra stati psichici ed eventi oggettivi». Essa è un fenomeno che unisce la psiche alla materia. Parlare di a-causalità vuol dire che non c’è innanzitutto mero caso, né la classica legge di causa ed effetto ma un “altro tipo di causa”. La matrice della nostra realtà è energetico-spirituale e non totalmente materiale. Lo dimostra ciò che la fisica ha rilevato nel mondo dei quanti grazie a Pauli e grazie ad altri studiosi. Il fisico e teologo statunitense G. L. Schroeder asserisce: «Tutta la materia è energia e a un livello sottostante all’energia c’è l’informazione, una base totalmente immateriale per l’esistenza. Ogni particella, ogni corpo, ogni aspetto dell’esistenza è espressione dell’informazione che attraverso il cervello o la mente interpretiamo come il mondo fisico».

L’universo quindi non si “esplica” a caso né solo secondo il principio di causa-effetto ed è strutturato per la vita e la consapevolezza. Quindi la sincronicità è appunto la colla dell’universo. La sincronicità, ripetiamo, richiede la simultaneità tra due o più accadimenti, l’assenza di relazioni causa-effetto tra di loro, la percezione di nessi di senso tra i fenomeni che coincidono.

Definiamo inconscio collettivo «[…] l’insieme dei contenuti psichici universali preesistenti all’individuo e legati al complessivo patrimonio della civiltà. In esso hanno sede gli archetipi» che sono dei simboli innati, comuni a tutti, predeterminati, centri di energia psichica. Possiamo anche definirli prototipi universali, cioè modelli universali. Attraverso di essi l’individuo interpreta la sua esperienza. Per essere descritti si fa uso dei miti. I miti sono «[…] contenuti conoscitivi la cui interpretazione simbolica assume una grande importanza per la cultura di un popolo. Si tramandano di generazione in generazione. Da un punto di vista psicologico sono un modo per rappresentare gli archetipi che emergono dall’inconscio collettivo».

L’inconscio collettivo è quindi un serbatoio ricchissimo di significati e modelli, gli archetipi, che fa da strato comune\collegamento tra la psiche e la materia. Quando un archetipo è emozionalmente carico, perché l’inconscio vuole assolutamente comunicarci qualcosa, diventa attivo e possono sorgere eventi sincronici. Accade così che può verificarsi una coincidenza significativa tra il nostro strato psichico e un evento esterno: un evento esterno accade, mi colpisce molto e lo sento significativo per me perché lo sento collegato al significato che quel determinato archetipo stava manifestando nella mia psiche.

La vita delle volte ci dona segni molto importanti per il nostro processo di crescita e per aiutarci a compiere scelte importanti. Dobbiamo imparare a vederli. Dobbiamo imparare a interpretarli.

Nei prossimi articoli vedremo alcuni casi concreti accaduti a Jung durante la sua vita.

[continua]