di Stefano Bini

 Conosco Cinzia Macchi ormai da un po’ di anni, e sin dal primo minuto ho capito che fosse una donna dalle mille risorse, forte ma anche molto fragile, dalle mie idee ed inventive, dalla coscienza pulita e con guizzo solidale, ma anche con quella “cazzimma” che serve per affrontare il mondo di un’accanita Milano Centro e il settore dell’imprenditoria modaiola che ci gira intorno.

La Milanesa Bag è la sua nuova sfida e l’ho incontrata per voi.

Dal mondo del benessere a quello della moda, in particolare nel settore delle borse. Perché questa esigenza?

«Diciamo che non è stata una scelta, ma tutto è accaduto per caso. Da tempo, tanto tempo cercavo di ritrovarmi dopo una malattia che mi ha causato una paresi e più di un anno in una sedia a rotelle, una separazione da un uomo che non ha fatto altro che umiliarmi, ma la colpa non era la sua ma la mia, perché permettevo tutto questo. Nonostante tutto, io mi sentivo fortunata e grata alla vita perché mi aveva regalato una persona come il mio attuale marito e un’agiatezza che mai mi sarei aspettata. Ero alla ricerca di una strada che però doveva avere come fine l’aiutare chi era meno fortunato di me, cosi un giorno, in un negozio di modernariato di un’amica, ho visto una coperta buttata a terra, impolverata, realizzata tutta con le mattonelle in cruchet, proprio quelle che realizzava la mia nonna con la quale ero cresciuta, e così è nato tutto. Tutto da una vecchia coperta!»

 

C’è stato un momento in cui hai capito che il tuo estro poteva essere utile anche al mondo della moda?

«Sinceramente non penso di essere arrivata io ad essere utile della Moda, anche perché i Maestri sono altri; io penso solo che ci sia bisogno di valori, calore e anima, ed forse è questo che è piaciuto, ma sono io a ringraziare la “moda” di avermi accolta.»

 

Le tue borse stanno riscuotendo molto successo. Te lo aspettavi?

«Sai che ancora adesso mi emoziono quando vedo una mia borsa in una boutique o indosso a qualcuno? A volte penso di non meritarmi tanto, però sono felice perché il mio sogno di realizzare una “fabbrica” per donne che hanno subito violenza o disagiate sta prendendo corpo.»

 

Chi sono i tuoi collaboratori e quali materiali usi?

«I miei collaboratori sono la mia famiglia, siamo un gruppo, ed ognuna di queste persone è un tassello importante per il mio progetto. Sono persone vere che hanno dei valori e che ognuno di loro ha avuto una storia impegnativa da raccontare e dai quali imparo ogni giorno.

I materiali sono tutti materiali di recupero, ecosostenibili o riciclati, è un po’ come dare una seconda vita, una seconda possibilità ad un “qualcosa” di cui ci si era dimenticati.»

 

Post Covid, hai in mente sfilate o eventi che possano valorizzare il tuo brand?

«Devo dire che il Covid mi ha dato e insegnato molto, perché noi siamo nati e dopo poco l’Italia si è fermata, quindi mi sono ritrovata a dover difendere la mia azienda e i miei ragazzi a denti stretti, e per l’ennesima volta a reinventarmi una strategia. Ora di progetti ce ne sono e presto sono certa si vedranno i frutti.»

 

Al mero guadagno, la tua azienda affianca una parte solidale. Ci vuoi spiegare meglio?

«Ogni collezione ha un progetto sociale a cui devolvere del denaro. Abbiamo aiutato il Gruppo San Donato creando una borsa, dove l’intero ricavato andava direttamente a loro per la ricerca Covid, così com’è stato per l’associazione Children of Peace per la realizzazione di un ospedale per bimbi sieropositivi in Uganda o per l’associazione Fare per Bene Onlus; ora il grande progetto che presto sarà reso pubblico: scaramanticamente, dico solo che aiuterà le donne, quelle abusate, disagiate e “dimenticate”.»