di Gabriele Rizza

Secondo People’s Vaccine Alliance, coalizione composta dalle onlus più famose quali Amnesty International, i paesi ricchi con hanno appena il 14% della popolazione mondiale si sono assicurati il 53% dei vaccini già prodotti, mentre agli altri restano le briciole. Di più, la capacità produttiva delle aziende farmaceutiche occidentali che ad oggi forniscono i vaccini non è in grado di soddisfare la richiesta di dosi sufficienti per creare quella famosa immunità di gregge tanto invocata e sperata. Ad esempio, Pfizer produce solo negli Stati Uniti e all’estero sfrutta un solo sito produttivo in Belgio, strumenti del tutto inadeguati per soddisfare le esigenze di centinaia di milioni di persone.

Solo di recente è rimbalzata dal Parlamento europeo l’idea di spingere – con le buone o le cattive –  le case farmaceutiche a condividere la proprietà intellettuale dei vaccini con altre case farmaceutiche. Soluzione che permetterebbe in breve tempo di ampliare la capacità produttiva, dando la possibilità a ciascun Stato dell’UE di produrre in casa il vaccino. La Commissione europea resta più cauta, e tramite il commissario Thierry Breton, intervistato sul tema da “Repubblica”, si cerca il dialogo con Big Pharma per trovare una soluzione “moderata” che darebbe almeno la possibilità ai governi di comprare i brevetti o creare accordi tra case farmaceutiche. Obbligare non è ancora un’opzione contemplata dall’UE.

Non è un caso che l’idea della cessione dei brevetti non sia nell’agenda politica dei principali leader e partiti europei, perché andrebbe per la prima volta a far cascare il perno del castello ideologico dell’Unione Europea: concorrenza e competitività. Intanto i morti nel mondo causa Covid sono ormai 2,5 milioni, e ancora ci interroghiamo se in piena crisi la politica può tornare ad imporre una scelta ai colossi privati, in nome non del potere e del denaro, ma della salvezza di vite umane. È la prima crisi della storia dell’umanità dove le scelte per fronteggiarla non sono alla pari del pericolo. Il più grande successo del libero mercato non è quello di aver creato colossi privati più potenti di un singolo Stato, diseguaglianze e depredazione delle risorse, ma aver fatto credere alle popolazioni che sia una strada irreversibile, il culmine e il destino della società. Serve a poco la Green economy per salvare l’ambiente se la politica non è più in grado di garantire almeno nelle emergenze un briciolo di giustizia sociale.