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di Stefano Sannino

Negli ultimi giorni, diversi avvenimenti e politici e ambientali stanno turbando gran parte del mondo, facendo parlare esperti di ogni campo: ecologisti, filosofi, politici. Queste tragedie, che secondo alcuni ci porteranno sull’orlo della Terza Guerra Mondiale, non sono però altro che la sintomatologia di un problema ben più grande.

Non è qui in dubbio la gravità di determinati eventi, quali ad esempio gli incendi australiani che hanno provocato 24 morti e hanno sterminato 500 milioni di animali; quanto piuttosto è in dubbio il senso di responsabilità che dovrebbe legarci a tali catastrofi. Non voglio scrivere il solito articolo moralista in cui si delinea la responsabilità umana nelle tragedie che affliggono il nostro mondo, ma invece vorrei cercare di delineare quel filo rosso che ci collega, tutti, all’ambiente in cui viviamo.

Che ci piaccia o no, l’essere umano è la specie che più di tutte ha la possibilità di creare un impatto sull’ambiente in cui vive, grazie anche ad una serie di “bonus” evolutivi che ci caratterizzano.

Da un punto di vista filosofico ed antropologico, il più importante di questi è sicuramente la mano. La liberazione della mano avvenuta durante il nostro processo evolutivo, è quel fenomeno che ha liberato gli arti anteriori dalla funzione motoria, permettendoci dunque di utilizzarli per tante altre operazioni, quali la costruzione di utensili, l’alimentazione, la caccia, l’agricoltura etc.

Attraverso le mani, che possiamo tranquillamente definire come la protesi naturale attraverso la quale la nostra specie entra in contatto con ciò che la circonda, noi influiamo sul mondo e lo modifichiamo. Ora, se queste modificazioni che noi adoperiamo possono essere di fatto positive perché a nostro vantaggio, potrebbero altresì essere negative per ciò che ci sta intorno. Lo sviluppo tecnico, che prende le mosse proprio da questa “liberazione”, non è negativo né positivo in sè, ma è solamente una conseguenza di un fenomeno perfettamente naturale, che è appunto lo sviluppo culturale dei nostri arti anteriori.

Tale sviluppo influisce però direttamente sull’ambiente. E perché allora noi non ci sentiamo responsabili di quello che facciamo? La risposta è semplice: perché l’uomo, ancora oggi, ha una visione troppo individualista per comprendere il reale potere dell’intera razza umana.

È vero infatti che gli effetti prodotti sull’ambiente “dalle mani” di un singolo individuo sono molto ridotti, ma se anziché considerare gli effetti di un solo uomo, consideriamo gli effetti di quasi 7 miliardi di uomini, allora le cose cambiano.

Proprio quel bonus evolutivo che ci ha permesso, sì, di adattarci al mondo così bene, ma anche di influenzarlo attraverso costruzione, arte, tecnica, guerra, agricoltura etc. diviene la causa principale della responsabilità che ognuno di noi, in qualità di essere umano, deve assumersi nei confronti dell’ambiente che lo circonda.

“La mano” ci dà un grande potere, ma anche una grande responsabilità. Ed è per questo che abbiamo il dovere di guardare attentamente gli avvenimenti che ci sembrano naturali o politici, economici, culturali e dobbiamo necessariamente vedere che questi avvenimenti, per quanto distanti ed enormi, dipendono da noi.

Dipendono dai nostri comportamenti, dalle nostre abitudini, dalla nostra cultura e dal nostro impatto sul mondo. È dunque inutile parlare di Terza Guerra Mondiale, di catastrofi o di tragedie se non capiamo che noi siamo collegati a questi eventi. Ed in quanto collegati, dobbiamo intervenire non solo per fermarli ma anche per non farlo più ripetere. E questo può avvenire solamente prendendo coscienza di sé e della propria influenza sul mondo.

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