di Daniela Buonocore

Foggia, 10 dicembre 2021. Sedici le persone indagate in un’inchiesta per caporalato dai carabinieri della procura di Foggia, tra queste anche la moglie del capo del dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, Michele di Bari che ha deciso di rassegnare le sue dimissioni dall’incarico accettate successivamente dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. L’indagine ha portato all’arresto di 5 persone di cui due stranieri, un senegalese e un gambiano, che sono attualmente rinchiusi in carcere, mentre per gli altri tre sono stati disposti gli arresti domiciliari.
Per i restanti 11 indagati, di cui fa parte anche la moglie Di Michele di Bari, è stato predisposto l’obbligo di firma e di dimora. Ed inoltre, più di dieci aziende agricole, sono state disposte a verifiche giudiziarie perché, a seguito dell’indagine, pare siano risultate riconducibili ad alcuni nomi tra quelli indagati, soprattutto nel periodo compreso tra luglio ed ottobre 2020.
Da quando si evince nell’ordinanza di custodia cautelare, l’origine dell’operazione anti-caporalato ha visto la fuga di quattro braccianti presenti sul posto che, alla vista dei carabinieri, si sono allarmati e dati alla fuga per evitare il controllo, facendo perdere le loro tracce all’interno dei campi limitrofi.
Inoltre nel corso di una conversazione telefonica veniva spiegato che tutti braccianti, sprovvisti delle dovute documentazioni, erano stati invitati ad andare via, mentre sul fondo sarebbero rimasti soltanto quelli in regola.
In realtà non è stato così; non solo perché alcuni dei braccianti che si erano recati al lavoro non erano provvisti di regolare documentazione, ma erano stati anche assunti in modo irregolare, ecco perché una parte dei braccianti spaventati avrebbe deciso di sottrarsi al controllo da parte degli ispettori.
Nel frattempo il capo del dipartimento per la libertà civili e immigrazione del Viminale, Michele di Bari, chiede le dimissioni e si dichiara totalmente fiducioso nella magistratura che ben presto, al suo dire, potrà confermare la totale estraneità ai fatti contestati dalla moglie.
Lo stesso prefetto, in relazione alle notizie di stampa, ha voluto precisare, dichiarandosi dispiaciuto, che crede fermamente nell’innocenza della moglie che ha da sempre assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità.
Eppure lo scenario descritto dai braccianti non corrisponde per nulla all’immagine di un lavoro regolarizzato: i dipendenti (se così possiamo definirli), percepivano 5 € per ogni cassa di pomodoro riempita tra l’altro in pessime condizioni igieniche.
Da queste paghe da fame si pretendeva anche di scalare i soldi per il trasporto dei braccianti, dalle “abitazioni”, ai luoghi di lavoro.
Il caporalato è stato pertanto sintetizzata con due parole molto forti e rappresentative : “SCHIAVITÙ E MORTE”.
Bisogna infatti ricordare il furgoncino che il 6 agosto del 2018 subì uno schianto per cui morirono 12 braccianti tra i 21 e 41 anni, che avevano appena finito di raccogliere i pomodori e si prestavano a rincasare.
L’Italia resta quindi il paese con il più alto tasso di sfruttamento sul lavoro in Europa. Questo perché vengono a mancare i dovuti controlli da parte delle istituzioni interessate, e anche perché, a causa della scarsa possibilità lavorativa, sono sempre di più le persone che scelgono di lavorare sottostando ad orari di lavoro giornaliero superiori alle 8 ore, percependo paghe minime con mansioni diverse, o maggiorate rispetto a quelle indicate dai contratti che per il più delle volte sono fasulli o addirittura inesistenti.
Ricordiamo pertanto che lo sfruttamento sul lavoro c’è ogni volta in cui il datore di lavoro non rispetta le norme minime imposte dalla legge a tutela dei lavoratori, indipendentemente dal tipo di etnia dello stesso interessato.