di Susanna Russo

 Arianna Porcelli Safonov è nata a Roma agli inizi degli anni ’80 da padre russo e madre milanese. È autrice, attrice e blogger. Dopo la laurea in Storia del Costume ha lavorato, per circa dieci anni, come organizzatrice di eventi ed ha viaggiato per tutto il mondo. Nel 2008 ha iniziato a studiare Teatro Contemporaneo e, quasi contemporaneamente, ha aperto un blog di racconti umoristici, MadamePipì. A partire dal 2010 ha lasciato il ruolo di organizzatrice di eventi per dedicarsi all’intrattenimento. Dopo aver condotto per quattro anni un programma sulla televisione spagnola, è rientrata in Italia, dove si è data alla scrittura. Ha creato numerosi monologhi comici e scritto due bestseller: Fottuta campagna del 2016 e Storie di matti del 2017, che hanno riscosso un notevole successo.

Nel 2019 ha partecipato alla rassegna Le ragazze raccontano, presentata dal Teatro Litta, con il suo Rìding Tristocomico, reading show presentato anche in molti altri teatri italiani.

Hai iniziato a studiare Teatro Contemporaneo nel 2008. Che cosa ti ha spinto verso questo particolare genere teatrale?

«Più che una spinta è stata una necessità. A quell’epoca lavoravo e viaggiavo molto e mi ero appena laureata; avevo bisogno di fare qualcosa che mi desse soltanto piacere e mi parve che un corso di teatro potesse farmi meglio di una scheda in palestra. Grazie a questa scelta poco atletica ho conosciuto e lavorato con Gabriele Linari, un autentico gioiello del panorama teatrale italiano contemporaneo.»

Che cosa significa per te fare satira in Italia oggi?

«Fare satira in Italia significa fare azione politica divertendosi e divertendo. D’altronde qualcuno disse “Se vuoi dire una verità buttala sul ridere o ti uccideranno”. »

 

Che cosa ha rappresentato per te, e soprattutto per il tuo lavoro, venir travolti da una pandemia?

«Per me ha rappresentato la dimostrazione lampante che il mio diritto al lavoro è consentito dallo Stato, a suo piacimento.»

 

Per come è stata gestito in Italia l’ambito dello spettacolo dal vivo in fase pandemica, e dal momento che nel corso della tua vita hai vissuto in diverse città straniere, avresti preferito essere attrice in un altro Paese?

 «Spesso ho preferito tornare in uno dei Paesi dove ho vissuto, non per avere un trattamento diverso come professionista ma come cittadino. Il sogno è di cooperare, col mio minuscolo apporto, alla rinascita dalla corruzione del mio di Paese.»

 

Quali sono ad oggi la forma e il luogo che più ti rappresentano per esprimere la tua arte?

 «Senza dubbio la scrittura ed il libro.»

 

Di te racconti: “mi sono trasferita in cima agli Appennini in un piccolo borgo di 20 anime, e ho capito che questa è la vita che volevo.” Che influenza ha avuto sulla tua artisticità questa scelta di vita?

«La qualità di vita, a mio modo di vedere le cose, è fondamentale per la qualità del lavoro, soprattutto di quello creativo. Morirei all’idea di dover vivere in un appartamento in centro dove ogni finestra si affaccia su altri palazzi. Per me, la qualità di vita si misura in base al contesto abitativo, alimentazione onesta ed amicizie pulite. Tra gli Appennini ho trovato tutte queste cose.»

 

Su ReWriters Magazine, in merito al catcalling, scrivi: “però posso sperare che ci sia ancora qualcuno che usi gusto per improvvisare danze dell’amore dal vivo, senza chat, senza mettere like. Facciamo così: datemelo a me il catcalling. Me lo piglio io. […] Sarebbe sciocco non vedere poesia nel catcalling, ma prima bisogna saperla vedere in generale, la poesia.” Siamo alla deriva del politically correct? Ed essere politicamente scorretti fa ancora parte dell’essere artisti, o oggi funziona l’esatto opposto?

 «Consiglio la lettura di un libro, a tal proposito: La pazzia delle folle, di Murray. E poi, mi lancio con una citazione di uno decisamente più di degno di parlare della sottoscritta: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”, Alessandro Manzoni.»