di Susanna Russo

Antonio Syxty, nato a Buenos Aires, vive e lavora da anni in Italia, principalmente a Milano. Negli anni ‘80 è stato un esponente della cosiddetta post-avanguardia teatrale. Ha iniziato come artista e poeta visivo, ha praticato la performance d’arte e poi quella teatrale, ed è passato al teatro per studiare la falsificazione dell’identità. È stato autore e regista teatrale, cinematografico, televisivo e radiofonico. Da anni è coordinatore artistico di MTM Manifatture Teatrali Milanesi. Nell’ultimo anno ha iniziato l’attività di online streamer e digital creator.

 

Cosa ci può dire della situazione in cui si trovano i teatri in questo momento?

 

«I teatri sono in un momento di grande sofferenza per i motivi che tutti conosciamo e che causano sofferenze anche maggiori a moltissimi altri settori. Questo genera confusione, sconforto e mancanza di speranza. I teatri dovrebbero cercare dialogo e solidarietà fra di loro, ma si comportano in modo molto simile a quando erano aperti: ognuno per se stesso e qualche iniziativa comune, ma molto faticosa e in alcuni casi anche naïve.»

 

Che cosa state facendo per andare avanti?

 

«Noi di MTM Manifatture Teatrali Milanesi lavoriamo negli uffici a una possibile programmazione futura. Gli uffici amministrativi che si occupano delle risorse umane hanno messo in sicurezza i lavoratori assistendoli nelle pratiche per ottenere i rimborsi, mentre altri lavoratori hanno avuto la cassa integrazione anticipata dalla nostra struttura, senza dover aspettare quella erogata dallo stato. Nella nostra azienda c’è una grande tutela verso i propri lavoratori.

Purtroppo nel futuro, in una riapertura non sarà possibile riassumere molti di loro a causa del calo di produttività che sarà inevitabile.

Nei mesi scorsi abbiamo anche iniziato le prove per le future produzioni, osservando tutte le norme di sicurezza necessarie.

Si sta lavorando a programmi in streaming per le scuole di teatro. Molta attenzione e impegno vengono investiti per la parte riguardante i social media, che rappresenta l’unico legame rimasto con il pubblico. Le piattaforme e i canali social hanno sostituito il palcoscenico fisico con quello virtuale.»

 

Come sarà il teatro post-pandemia?

 

«Non credo cambierà molto rispetto a prima della chiusura. Forse la produzione e la programmazione di spettacoli subirà un iniziale calo e rallentamento. Bisognerà riabituarsi a tutto, ma credo che non sarà difficile immaginare che faremo “come se non fosse successo”. Personalmente non nutro molta fiducia in una diversa e nuova consapevolezza. Forse sarà l’economia a sottoporre il “dato di realtà” di cui il teatro necessita e di cui avrà bisogno in futuro per fare i conti con le scelte artistiche e produttive.»

 

La crisi del teatro è iniziata col Covid o si è semplicemente intensificata?

 

«È da quando faccio teatro che sento ripetere ciclicamente la frase “il teatro è in crisi”. Sinceramente non ho mai capito se è una frase che prende veramente in considerazione quel “dato di realtà” di cui accennavo prima. E poi di quale crisi stiamo parlando? Creativa? Organizzativa? Di sistema? Finanziaria? Economica? La pandemia ha fatto capire che molti lavoratori dello spettacolo – che hanno perso il lavoro con la pandemia – durante loro carriera non sono mai stati realmente tutelati, ma anche di questo si parla da decenni. Se, una volta finita la pandemia, tutto tornerà come prima, la crisi sarà esattamente quella che c’era prima, aggravata soltanto da un calo di lavoro e di produzione e offerta di spettacolo. Insomma per “la crisi” del teatro non c’è un prima o un dopo pandemia, ma un tempo sempre presente aggravato dalle condizioni economiche generali a cui si andrà incontro.»

 

 

Cosa possono trarre gli artisti da questo momento storico?

 

«Non lo so. Il teatro è l’arte del compromesso e della mediazione: un uomo racconta come mezzi e tecniche di artificio, e un altro uomo lo ascolta, questo è il meccanismo di base. Come tale è un’arte la cui caratteristica principale è la volatilità. Come dice Shakespeare “le parole sono fatte d’aria” e un’arte come quella del teatro, ad alto tasso di vanità, è molto difficile da poter governare verso un momento di riflessione di un intero sistema come quello del teatro. È vero però che il teatro è anche un’arte relazionale e come tale può decidere di instaurare una relazione diversa con il mondo, ma per fare ciò deve abbandonare un po’ della sua vanità di esserci e apparire sempre nello stesso modo, ammantandosi del ruolo culturale. Dovrebbe essere un’arte più politica e non sempre e solo “decorativa” e “accessoria”, motivi per cui sconta “l’invisibilità” del momento.»

 

Come è cambiato e sta cambiando, se sta cambiando, il suo personale modo di fare arte nell’ultimo anno?

 

«Non so se sono cambiato e come sono cambiato. Me ne accorgerò mano a mano vivendo e riprendendo a lavorare. Personalmente credo che alcuni pensieri che ho nutrito negli ultimi anni nei confronti del teatro, dei quali ho accennato prima, si siano rafforzati proprio a causa di un periodo di forzata inattività. Comunque mi reputo “prestato” al teatro, ora ne sono fermamente consapevole, ma ci ho lavorato e ci lavoro con la stessa dedizione di sempre.»

 

È arrabbiato, amareggiato o deluso per come è stata gestita la pandemia in ambito culturale/artistico?

 

«Personalmente sono sereno. Non sono deluso o amareggiato e tantomeno arrabbiato.

Si poteva fare meglio come si poteva fare peggio, in ogni caso personalmente non avrei avuto soluzioni migliori da proporre. L’ambito culturale artistico dello spettacolo dal vivo ha bisogno di relazione in presenza e non può combattere un virus respiratorio dichiarando che il teatro è la bellezza, come molti hanno detto, facendo la facile e classica retorica di persone istruite, amanti della cultura e fortemente ego riferite. Altri hanno parlato e parlano di decadenza della civiltà se i teatri rimangono chiusi: a me francamente sembrano persone mentalmente poco stabili. Una pandemia in epoca moderna ha risvolti devastanti e non credo che un teatro o un museo chiuso facciano cadere così in basso la nostra civiltà. Perché non parliamo invece di un modello di capitalismo che è arrivato al collasso? Tutto crolla – in termini etici e morali – ma i teatri, i musei e la sale da concerto devono rimanere aperti, ma perché? Io non ci sto a un’idea di cultura che serva da alibi per una società abbiente e politically correct che accetta un mondo incapace di colmare le distanze fra chi possiede troppo e chi non ha nulla. Non vedo perché la bellezza dell’arte dovrebbe salvarci dal mondo che abbiamo costruito. È come mettersi un bel vestito su un corpo in continua decadenza.»

 

Cosa si augura a livello professionale/artistico per questo 2021?

 

«Uno sguardo più etico. Pensieri più “puliti”. Meno buonismo e meno retorica. Un po’ meno vanità e atteggiamenti ego riferiti.»

 

Crede ancora nel ruolo che il teatro ha nella società e sull’effetto che può avere sul pubblico?

 

«Ripeto: è necessario che il teatro cambi la propria relazione con il mondo. Che non si limiti a “decorare” il mondo in modo armonico, assolvendo una presunta funzione culturale per una società abbiente. Parafrasando Marcel Duchamp vorrei dire che è ora di smetterla di fare un teatro “retinico”. Lui si riferiva alla pittura. Io credo che ci si possa riferire anche al teatro aggiungendo l’aspetto uditivo.»