di Stefano Bini

 

Andrea Rizzolini è stato definito la “nuova giovinezza” dell’illusionismo contemporaneo. Nato a Milano nei primi 2000, si appassiona all’illusionismo, coltivando parallelamente l’interesse per la recitazione e la scrittura. Dopo aver conseguito un diploma in psicologia della vendita e del marketing, arriva a specializzarsi nell’ambito del mentalismo, creando un genere di spettacolo sofisticato e dinamico che fonde nozioni di psicologia e comunicazione, assieme a teatro, letteratura e filosofia. A partire dal 2017, inizia ad essere internazionalmente riconosciuto come uno dei più promettenti illusionisti al mondo, vincendo prima il Campionato Italiano di Mentalismo e partecipando poi a Campionati del Mondo di Magia tenutesi a Busan, in Corea del Sud. Attualmente, studia Filosofia all’Università degli Studi di Milano.

 

Com’è nata la passione per il teatro?

«È una passione che ho avuto sin da piccolo. Ho iniziato a recitare a scuola quando avevo dieci anni ed ero il più piccolo del corso. Esattamente in quel periodo, mi è nata la passione per l’illusionismo, quindi sin da subito cercare di unire questi due ambiti mi è sembrata la cosa più naturale da fare.»

 

Autodidatta o ci sono stati maestri da cui hai assorbito?

«Per fare il mio genere di spettacolo, c’è bisogno di una formazione multidisciplinare: è necessario spaziare dal teatro, appunto, dalla letteratura, dalla filosofia… alla psicologia, alla linguistica, alla comunicazione. In questo senso, ho avuto molti insegnanti diversi in molti ambiti diversi, anche se ho dovuto crearmi da solo il mio percorso di formazione. Ancora più importanti dei maestri diretti, credo, siano i maestri indiretti, le fonti di ispirazione. Nell’abito dell’illusionismo sono molte: David Copperfield, Derren Brown, Arturo Brachetti, Derek Del Gaudio, Etienne Saglio ma, in senso più lato, anche, e forse soprattutto, altri artisti come Luigi Pirandello, Joseph Kosuth, Jorge Luis Borges, Marina Abramovic.»

 

Un commento sulla situazione dei teatri in questa “eterna” pandemia.

«Sono molto dispiaciuto nel vedere come questa situazione venga sfruttata, da punti di vista differenti, per veicolare messaggi contrastanti. Personalmente, credo che molte degli effetti di questa pandemia, siano apparsi con essa ma non a partire da essa. La crisi della cultura, e quindi del teatro, a mio avviso, ha le sue radici in una più profonda crisi dell’umano. Paolo Grassi definiva il teatro come “il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a sé stessa”. Non a caso, il theatron nell’antica Gracia era, letteralmente, il “luogo-da-cui-si-guarda”. Si guarda, che cosa? Noi, stessi, come essere umani. E questo guardarsi, e l’effetto catartico che deriva esso, era sentito come un bisogno da parte del cittadino. Oggi, questo sentimento si sta andando perdendo… e la mia speranza è che la situazione che stiamo vivendo ci porti a riflettere sull’importanza di questo sentire. Quando finirà la pandemia avremo bisogno più che mai di specchiarci, di vederci rappresentati, per riuscire a comprendere quello che abbiamo vissuto e come questo ci ha cambiati.»

 

Durante la vita casalinga dovuta al Covid, come ti sei adoperato per portare avanti il lavoro?

«Nei mesi del primo lockdown ho iniziato a riflettere su come traslare il mio lavoro per adattarsi alle condizioni che si erano imposte ma, soprattutto, per poter riflettere su questa situazione che ci siamo trovati a vivere. Ovviamente la distanza sembrava essere, non soltanto, lo scoglio più difficile da superare, ma anche, l’elemento più interessante da esplorare. Ciò di cui mi sono accorto è che questa distanza non è apparsa dal nulla, ma in qualche modo c’è sempre stata, come se quella vicinanza che prima davamo tutti per scontata fosse, in fondo, illusoria. Da queste riflessioni, assieme all’aiuto di Marco Morrone, è nato il mio spettacolo Il filo invisibile

 

Parlaci dello spettacolo che hai ideato e interpretato al Teatro Franco Parenti, Il filo invisibile.

«Il filo invisibile è uno spettacolo interamente online che ha luogo in un teatro virtuale di soltanto ventisei posti. Una volta acquistato un biglietto per lo spettacolo, gli spettatori ricevono a casa una busta contenente le istruzioni per accedere a Zoom e una piccola scatolina, ognuna delle quali contiene un oggetto diverso e unico nel suo genere. Ogni sera cinque di questi oggetti vengono scelti casualmente e attraverso di essi racconto e ricreo le storie, i fili invisibili, di cui essi si fanno portatori, arrivando così a unire persone che si trovano a decine, centinaia, se non migliaia di chilometri di distanza tra loro.»

 

Pandemia permettendo, hai già pianificato progetti futuri?

«I progetti sono molti! Attualmente, sto lavorando alla regia di “SYMPHONY”, uno spettacolo scritto e interpretato da Filiberto Selvi (Campione Italiano di Magia del 2017), che si propone di indagare quella particolare forma di magia che è propria della musica. In una specie di “sei musicisti in cerca di direttore d’orchestra”, si susseguiranno sul palcoscenico diversi personaggi, ognuno dei quali scoprirà sé stesso attraverso l’uso di uno strumento musicale, così creando una sinfonia di emozioni che spero sarà capace di toccare le ‘corde’ del pubblico. Nel mentre sto iniziando gli studi preparatori al prossimo spettacolo, programmato per la stagione 2022/23, ma su questo non posso ancora dire troppo!»