di Stefano Sannino

 

Guardando ai grandi classici della storia umana, non si può che rimanere affascinati dalla grandissima e bellissima fragilità con cui gli uomini venivano descritti. Questo è vero in particolare nel caso dei classici greci, nei quali gli eroi non sono presentati – come ci aspetteremmo – come uomini duri e senza debolezze, bensì come esseri umani qualsiasi, che subiscono l’alternarsi delle passioni e che piangono, proprio come è normale che sia davanti alle situazioni che si trovano a vivere. 

A differenza di quello che ci aspetteremmo da un popolo meno politically correct del nostro, l’uomo non doveva per forza essere descritto come un duro che non piange mai, ma anzi doveva essere riconosciuto in quanto essere umano, portatore cioè di una serie di angosce, timori e paure che nessuno poteva negare. È il caso di Agamennone, re degli Achei, che ci viene presentato come supplichevole nei confronti di Achille. È il caso di Priamo, re di Ilio, che piange ai piedi di Achille per vedersi restituire la salma di suo figlio, ed è anche il caso dello stesso Achille, il più forte degli eroi, che piange la morte di Patroclo: insomma, l’eroe piangente era un motivo della letteratura estremamente importante e non un’eccezione, come lo è oggi. 

Contrariamente a questi grandi classici della letteratura, il cinema e le narrazioni moderne ci raccontano di eroi straordinariamente forti, senza debolezze e che molto di rado versano lacrime: qual è dunque la differenza tra gli eroi antichi e quelli moderni?
L’evidenza maggiore che emerge è l’incapacità dell’eroe moderno di percepire l’alternarsi della fortuna e del caso, la vulnerabilità. Laddove infatti l’eroe antico sapeva bene che gioire per una vittoria era inutile dal momento che immediatamente dopo si sarebbe potuti cadere in rovina per volere del fato, l’eroe moderno – forte delle sue innumerevoli vittorie – non dubita mai del fatto che vincerà la sfida davanti a cui si trova. Il quadro che ci si presenta è dunque quello di una narrazione moderna insufficiente a descrivere la complessità dell’emotività umana, modernamente semplificata nel racconto di un eroe che non piange mai; eppure, e questo i classici ce lo insegnano, anche gli eroi piangono.