di Gabriele Rizza

L’adesione ideale e la fiducia nei confronti dell’Unione Europea non sono mai stati così bassi come in questa fase. Secondo un sondaggio elaborato da Swg, solo il 27% degli italiani ha fiducia nelle istituzioni europee. Eppure, sul piano di governo e del pensiero intellettuale, pur con qualche cenno di critica, l’europeismo viaggia ancora a vele spiegate.

Nella storia d’Italia, l’europeismo popolare, intellettuale e di governo, non ha sempre avuto la stessa faccia, lo stesso spirito e la stessa collocazione politica. Basti pensare che il PCI, da cui il Partito Democratico deriva, era il partito politico più avverso all’integrazione europea, almeno fino agli anni ’80, a causa delle logiche della guerra fredda.  Ora invece è sotto gli occhi di tutti l’adesione totalitaria, estremista e acritica del PD al progetto europeo, almeno per come è stato concepito fino a questo momento. 

È interessante, dunque, ripercorrere le origini dell’europeismo italiano, e sia chiaro, inteso come progetto politico e azione di governo, non nelle sue dimensioni storiche e culturali, che hanno radici ben più profonde e millenarie.

Ancor prima dei Trattati di Roma del 1957, già il futuro Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, nel 1918, sosteneva la formazione di “Uno Stato fornito di una sovranità diretta sui cittadini dei vari Stati con il diritto di stabilire imposte proprie, mantenere un esercito super- nazionale, padrone di una amministrazione sua diversa dalle amministrazioni nazionali”. In particolare, è durante il periodo della Resistenza che si sviluppò l’idea di un’Europa federale come programma di un partito politico. Il più attivo in questo senso fu il Partito d’Azione, nel quale militava Altiero Spinelli, padre del Manifesto di Ventotene. Le tendenze erano sostanzialmente due: la prima, espressa nel 1942 sul giornale clandestino “L’Italia libera” puntava a creare prima una coscienza europea nelle masse, per poi successivamente passare all’azione. La seconda, invece, molto critica nei confronti della prima, perché l’attendismo rischiava di far cadere ogni atto rivoluzionario del progetto europeo, arrivava a chiedere nel 1944 che nella futura Costituzione italiana “La sovranità assoluta di cui dispone lo Stato italiano venga considerata provvisoria”.

L’estrema debolezza di questa visione super federalista è che questi contenuti erano prettamente elitari e intellettuali, non coinvolgevano le masse e la base degli iscritti a partiti come la Democrazia Cristiana (anche se ufficialmente abbracciò subito la causa europea), o il PCI. In più la condizione politica del secondo dopoguerra divideva ancora i paesi europei tra vincitori e vinti, con giganti USA e URSS a spartirsi il mondo.

L’iniziativa italiana europea dal 1945, più che sul piano ideale e federale, fu mossa dal realismo politico. I governi guidati dalla Dc, consci della condizione di sconfitto dell’Italia, della necessità di riaccreditarsi agli occhi delle grandi potenze e della cronica debolezza italiana in politica estera, videro nell’integrazione europea uno strumento per tornare protagonista e far fronte alle proprie debolezze, economiche e politiche. Per quelle della difesa ci si affidò alla NATO.

L’Italia venne poi spesso accusata di europeismo di comodo, ma è pur vero che fu anche il primo paese a capire che senza la piena integrazione della Germania e l’abbandono del secolare conflitto Francia- Germania, l’Europa non avrebbe avuto un futuro. Per questo, non aderì nel 1948 al Patto di Bruxelles, alleanza tradizionale in funzione antitedesca.