di Stefano Bini

 

Incontro Alessandro Giugni, classe 1994, in una classe dell’Istituto Zaccaria, dove ha iniziato alle elementari il percorso di studi, concludendo lo stesso al liceo classico; dopodiché, ha conseguito la laurea in giurisprudenza in Statale, anche se il suo intento nell’intraprendere questo corso accademico era volto maggiormente a farsi una cultura sulle basi dell’ordinamento giuridico italiano, così da non trovarsi mai impreparato di fronte a nulla, qualsiasi strada avesse poi deciso d’intraprendere. Nel 2019, quando è mancato suo nonno paterno, storico torrefattore milanese, e al quale Alessandro era legatissimo, ha rilevato la sua attività, reinventandola e ammodernandola seppur non sviando eccessivamente dalla tradizione.

La sua vera passione rimane però la fotografia, che coltiva dall’età di 11 anni e iniziata grazie a una raccolta punti della Esso fatta da suo nonno, per prendergli la prima fotocamera; ha studiato in totale autonomia e, anche grazie ad alcuni colpi di fortuna, è riuscito ad entrare in contatto con importanti fotografi, stringendo talvolta dei profondi rapporti di amicizia. Grazie a questi, ha potuto crescere fotograficamente molto più velocemente di quanto avrebbe immaginato. La principale svolta è arrivata sempre nel 2019, quando ha inviato il portfolio alla segreteria di Vittorio Sgarbi; il resto, ce lo racconta in questa intervista.

 

Dagli studi in giurisprudenza alla passione per la fotografia. È un percorso insolito, ce lo vuoi raccontare?

«Questa passione è nata ben prima degli studi universitari. Verso i 12 anni, mi sono avvicinato alla fotografia di paesaggio, con mio nonno che m’incoraggiava non poco a intraprendere questo percorso. Verso i 15 anni, ho iniziato a comprare libri di fotografia, che credo sia lo scatto di qualità per chi vuole fare veramente il fotografo. Guardare le foto dei “grandi” del mestiere, ti aiuta molto e hai tempo per metabolizzare angolature, tecnica, sfumature, ecc. C’è una bella differenza tra la fotografia casuale e quella tecnica, come tra quella digitale e in pellicola. Io prediligo la seconda, poiché mi piace il lavoro e la tecnica che ci sta dietro. Gli studi in giurisprudenza sono stati funzionali a tutto questo; io non ho mai voluto fare l’avvocato, ma lo studio mi è stato utilissimo per salvaguardare le mie creazioni e sapere la giurisprudenza in questo particolare ambito. Avere cultura e aggiornarsi sempre sono alla base della mia vita.»

 

Per quanto concerne la fotografia, chi sono stati i tuoi maestri?

«Il primo libro che ho preso in mano è stato di Gianni Berengo Gardin, che è il più importante reportagista del ‘900, e poi Don McCullin, il più grande fotografo di guerra. Vedi quelle foto e capisci quale sia la vera fotografia; le loro immagini ti fanno entrare dentro il contesto e da lì percepisci il dolore, lo strazio, la gioia, le emozioni. Da un punto di vista geometrico, sono attratto dalla fotografia di Fred Herzog, meno famoso ma di grande importanza nel settore; con lui, ho scoperto i grandangoli. Herzog fa fotografie a colori, io prediligo il bianco e nero. Poi ancora, Sebastiao Salgado fa un tipo di reportage che ha uno scopo filantropico; quando si osservano le sue foto, si capisce l’attaccamento e la passione a ciò che ha scattato e questo m’incuriosisce molto. Personalmente, intendo la fotografia come il modo di dare voce a chi non ne ha; l’ultimo esempio, sono le foto delle proteste di piazza durante il lockdown.»

 

La svolta è arrivata nel 2019 con vittorio sgarbi. Cosa hai fatto con lui?

«A fine 2019, ho visto nella sua pagina Facebook una locandina sul paesaggio italiano, per una mostra, che invitava ad inviare il proprio portfolio. Ho provato ma ho pensato che le speranze fossero nulle, invece in breve tempo mi è arrivata la risposta dal suo ufficio stampa, il quale m’invitava a dire qualcosa in più di me; infatti, abbiamo parlato per tre ore al telefono. Da lì, ho inviato il resto del portfolio e sono piaciute due immagini: una di Milano, scattata sui Navigli, di un anziano che pescava da solo sul bordo della Darsena; l’altra, di una persona su un treno, mentre stavo andando a Mantova che, casualità, ho incontrato anche nel viaggio di ritorno, ed è lì che ho scattato poiché i suoi vestiti e il suo morale erano ben diversi dalla prima volta che lo avevo visto. Queste due foto sono state selezionate da Sgarbi e inserite nella mostra di Recanati per il duecentenario del L’infinito di Leopardi, L’infinito – Tra incanto e sfregio. In seguito, sono stato selezionato per far parte della mostra di Cortina, II edizione, sempre seguita da Vittorio Sgarbi. Per motivi di Covid, entrambe le mostre hanno subito variazioni e spostamenti. Nel mentre, la foto del vecchietto che pesca è diventata la copertina del flyer della mostra di Recanati. Una bella soddisfazione! A questo, si aggiunge il contatto di Lab77, un’associazione che fa mostre in tutta Italia e che ha contatti con notevoli fotografi; da qui, un progetto per le aziende alimentari lombarde in work in progress.»

 

Sei mai stato censurato?

«Dopo che a novembre avevo documentato alcune proteste di piazza a Milano e d’intorni, mi sono ben guardato da pubblicare, visto ciò che stava succedendo nel mondo. A gennaio, ho pubblicato tre foto su Instagram relative a novembre, visto i tanti follower che apprezzano la mia passione. Alla terza, mi sono permesso di scrivere un commento di ciò che pensassi, avulso ovviamente dalla politica, e la foto non mi viene approvata per policy del social. Provo, quindi, a metterla in promozione spendendo due euro, ma nulla, anzi mi hanno richiesto l’identità. Ovviamente, non gli ho dato nulla e dopo poche ore mi arriva un messaggio in cui c’era scritto che ero stato bloccato per trenta giorni. Tutto questo ha dell’assurdo!»

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Portare avanti e finire entro giugno il progetto sulla tradizione gastronomica lombarda e poi una mostra, in collaborazione con l’Istituto Zaccaria di Milano, in vista dell’intitolazione della biblioteca a San Carlo Borromeo, il 4 novembre, in presenza dell’Arcivescovo Mario Delpini. Questa consiste nel ripercorrere la vita di San Carlo, la sua influenza su Milano e provincia, i percorsi che ha tracciato lui e ha lasciato in eredità alla famiglia.»

 

Ti piacerebbe donare la tua esperienza ai giovanissimi?

«L’anno scorso, sono andato a salutare una professoressa dell’Istituto Zaccaria alla quale ero molto legato. Quando la prof ha detto che alla classe che ero un fotografo molto bravo, tre ragazze si sono alzate e mi hanno esternato la stessa passione. Finchè la fotografia è legata ai paesaggi è una cosa, ma quando una delle tre ragazze mi ha detto che aveva la macchina fotografica sempre dietro, allora lì capisci che c’è vera passione. Mi piacerebbe molto fare un corso di fotografia allo Zaccaria, vista anche la recente uscita del mio libro Milano al tempo del Coronavirus. Una cattedrale nel deserto. Ediz. Illustrata. Quando hai passione, tecnica e serietà, il lavoro del fotografo dà tanta soddisfazione, e metto all’attenzione di tutti il guardarsi bene dai tanti ciarlatani. I fotografi improvvisati sviliscono quelli che ci mettono anima e professionalità. I primi tempi lavorativi di un fotografo sono un investimento, quindi un costo, ma la gavetta e apprendere la tecnica sono basilari. Non farsi seguire dai finti fotografi-guru che spopolano sui social è un buon consiglio per fare al meglio questo mestiere.»