di Stefano Bini

Caterina Bellandi, conosciuta da tutti come Zia Caterina, è la famosa tassista di Firenze conosciuta in Italia e nel mondo per la sua opera di assistenza ai bambini malati di tumore, che lei accompagna con allegria e leggerezza nel proprio taxi colorato e pieno di peluche all’ospedale Meyer di Firenze. Salita sul magico taxi, l’autrice Alessandra Cotoloni ha avuto modo di vedere Zia Caterina all’opera in mezzo ai bambini, che lei chiama Supereroi, seguiti, coccolati e anche disegnati sulla carrozzeria. Zia Caterina racconta la sua storia partendo dall’inizio della sua avventura, quando Stefano, il suo grande amore scomparso troppo presto, le lasciò in eredità il proprio strumento di lavoro: il Taxi Milano25.

Ho incontrato Alessandra, per un’intervista risultata non poco profonda.

 

Cosa ti ha spinta a scrivere questo libro? Immagino sia stato un percorso dolce-amaro.

«Taxi Milano25, in viaggio con zia Caterina, una rivoluzionaria dei nostri tempi è il settimo libro che scrivo dal 2015. Come accaduto per le precedenti storie che ho raccontato, scrivo ogni qual volta rimango colpita da un argomento in particolare oppure da un personaggio, attuale o del passato, reale o immaginario che suscita il mio interesse per le tematiche che apporta o per le caratteristiche della personalità che denota. Nel caso di zia Caterina questi due elementi, tematica e personalità, che stuzzicano la mia curiosità come scrittrice, si sono combinati insieme. Ho conosciuto Caterina grazie ad amici comuni che mi hanno invitata un giorno, ad un evento a Colle Val d’Elsa in cui la zia era stata chiamata a parlare e a condividere la propria esperienza di vita, con una platea di ragazzi adolescenti di una scuola superiore. Sentendola parlare, oltre ad essere catturata dal contenuto delle parole e dei concetti espressi da zia Caterina, sono rimasta colpita dalla sua identità forte e carismatica. Lei con le sue parole, con il suo personalissimo modo di esprimersi, con il suo approccio, catalizzava completamente l’attenzione. Nessuno di quei ragazzi parlava o sghignazzava o si distraeva: tutti ascoltavano con rispetto e attenzione. Terminato l’evento, ho avuto modo di parlare con la zia direttamente e lei ad un certo punto, spiegandomi come fosse iniziata, quasi venti anni prima , la sua esperienza del taxi – eredità lasciatale dal suo compagno Stefano, morto di tumore nel 2001 –  fissandomi negli occhi mi ha detto: “io per prima cosa ho vestito la vita di Stefano e dopo, la sua vita è divenuta la mia e ora questa mia vita la amo.” Sono rimasta colpita da queste parole e dalla determinazione di questa donna che ha fatto una scelta dettata dall’amore, svestendo i propri indumenti e vestendo quelli dell’uomo che aveva amato. Scelta che poi con gli anni l’ha portata verso un’esperienza di vita così coinvolgente, che sicuramente al suo inizio, non aveva neanche previsto. È stato un po’ come se Stefano avesse percepito, prima ancora di lei, lasciandole in eredità il proprio taxi, le capacità, o meglio il “talento” (parola chiave nella vita di Caterina) che questa donna aveva dentro di sé, di accogliere il prossimo. Da qui è partita quella che poi è divenuta un’esperienza di vita anche per me. Ho sentito proprio il bisogno di scrivere di questa donna così carismatica, forte, ma al tempo stesso fragile e non è stato affatto facile, perché per scrivere dovevo comprendere, anzi, “sentire”, “percepire” emozioni, sentimenti spesso contrastanti fra loro e persino molto dolorosi e cercare di trasformarli in parole che avessero una loro consistenza, una valenza tale da riuscire ad arrivare al cuore di chi poi avrebbe letto questo libro. Per poter fare questo ho capito che l’unica maniera per riuscire a scrivere questa storia, era salire sul suo taxi e farmi trasportare, lasciarmi andare per captare tutto quello che sarebbe accaduto e che ci saremmo dette.»

 

Cosa rappresenta per te Zia Caterina?

«Caterina non è stata, e non è per me, semplicemente una persona “interessante” di cui poter parlare. Fra noi è subentrata da subito una forte empatia, che ci ha dato modo di poter utilizzare un linguaggio comune, creando una forte sintonia fra noi, condividendo persino le nostre reciproche esperienze di vita. Il nostro è stato, e resta tuttora, un viaggio non solo fisico, ma anche metaforico, un viaggio rivolto alla parte più intima di noi stesse, scambiandoci impressioni, valutazioni, giudizi. Per questo nonostante il libro sia ormai terminato e pubblicato, noi continuiamo a sentirci e a parlare di tante cose, a scambiarci pensieri che aprono finestre su nuovi panorami che ci aiutano a comprendere meglio noi stesse e gli altri. Un continuo arricchimento reciproco che non vogliamo perdere.»

 

I bambini come reagiscono quando vedono una donna così dolce ma anche sui generis?

«I bambini hanno la capacità di percepire il prossimo in maniera più schietta degli adulti. Non giudicano, non hanno pregiudizi, non vivono sclerotizzati in stereotipi che acquisiscono solo crescendo, per questo loro vanno verso la zia semplicemente ammaliati dal suo essere. È evidente che i colori di cui si veste zia Caterina sono una forte attrattiva, perché- come sottolinea Caterina- chi si avvicinerebbe ad una persona vestita di nero? Del resto zia con i suoi colori veste il dolore, la morte, quello che lei stessa ha vissuto con Stefano e che si rinnova costantemente nell’assistere i suoi bambini che lei chiama supereroi. I colori suscitano il senso della leggerezza (leggerezza e non superficialità), sono un lasciapassare perché i bambini si possano fidare di lei, capace di allietare e rendere più tollerabili momenti difficili della loro esistenza, che li vede in prima linea a combattere contro un mostro gigantesco che si chiama cancro. Zia e bambini si riconoscono in questo modo, nel dolore e affrontano quel viaggio così difficile, insieme perché, come è solita ripetere Caterina, “non è importante la meta, quanto il viaggio”, del resto la destinazione è ignota a tutti, ma il viaggio può essere affrontato in maniera tale da non far sentire il senso della solitudine e dell’isolamento in cui spesso la malattia catapulta.»

 

Quali sono gli episodi salienti del libro?

«Ci sono episodi salienti, intesi come incontri con personaggi di rilievo pubblico come Patch Adams, il medico Clown per esempio o Jovanotti che è stato il “regalo” per un supereroe o Simone Cristicchi che ha dedicato alla zia la poesia che si trova nella prefazione del libro, o altri come Padre Bernardo che è il maestro spirituale della zia o don Luigi Verdi che ha scritto la postfazione. Tuttavia accanto a nomi e personaggi illustri ci sono episodi e incontri che sono comunque altrettanto importanti e che lasciano inequivocabilmente un segno e sono gli incontri con i supereroi e le loro famiglie. È nel trascorrere il tempo con loro che ci si arricchisce e che si comincia a maturare una visione della vita diversa, si acquisisce la consapevolezza dell’importanza dell’attimo, del momento, del presente perché questa è l’unica realtà che possiamo veramente conoscere. Si comprende che il concetto di futuro è aleatorio e che spesso viviamo angosciati nel formulare programmi su programmi rischiando di perdere di vista e di non goderci il presente, che di fatto, è l’unica certezza che abbiamo.»

 

Perché un architetto ha deciso di dedicarsi e scrivere di temi sociali?

«Perché sono curiosa. Perché sin dall’età di quindici anni volevo fare la scrittrice e interessarmi di quello che accadeva nel mondo, nonostante poi abbia scelto una facoltà del tutto diversa, architettura appunto. Tuttavia credo che questa professione mi abbia aiutata nell’acuire una certa sensibilità. Mi viene in mente cosa diceva Vitruvio degli architetti, lui sosteneva che chi intraprendeva questa professione doveva essere al tempo stesso un matematico, un umanista, un filosofo, insomma un individuo che avesse gli occhi aperti sul mondo e la sensibilità capace di captare le varie sfumature della vita da trasferirle poi, come segno e forma, nell’architettura stessa. Forse io applico lo stesso meccanismo: capto dalla realtà i vari aspetti che la caratterizzano e alcuni di questi li riporto sottoforma di parola. Per questo mi definisco una persona che scrive “di pancia”, nel senso che devo “sentire”, vivere per quanto mi è possibile, ciò che vado raccontando. Non a caso quando mi imbatto in persone come zia Caterina, ma anche in personaggi di cui ho parlato nelle mie storie precedenti questo libro (come il folle Fernando Nannetti personaggio de “Il diario di pietra” che mi ha valso la segnalazione al Premio Strega 2019), abbandono i miei panni e cerco di immedesimarmi il più possibile nell’altro. È un processo chiaramente difficile, che faccio in punta di piedi, sempre nel rispetto del prossimo, ma solo così entro a contatto con la parte intima della persona di cui desidero parlare, in modo tale da poterla percepire e trasporre in parole la sua specificità. Aprire gli occhi inoltre verso i temi sociali credo che sia un atto dovuto per ciascuno di noi al fine di essere consapevoli di quanto ci circonda e di quanto questo influisca sulla nostra stessa persona.»

 

Al di là di questa recente uscita, cosa ti aspetta in futuro sotto il profilo editoriale?

«Ciò che mi aspetto è di continuare in questo viaggio della scrittura che per me è diventato fondamentale e parte primaria del tempo che ho a disposizione. Spero di farmi conoscere attraverso i miei scritti, che affronto sempre con molta serietà perché credo che scrivere comporti una responsabilità non indifferente, proprio per le tematiche, gli argomenti o le persone che vogliamo far conoscere attraverso le nostre parole Stessa responsabilità la attribuisco inoltre alla modalità stessa con cui vengono raccontate le storie. Per questo motivo, io non mi fermo, nonostante il periodo difficile che tutti stiamo vivendo, ho già cominciato il mio ottavo romanzo che tratta di una storia ambientata nelle Alpi Apuane e che riguarda le lotte dei cavatori di Carrara dei primi decenni del secolo scorso. Mi auguro infine che quanto scrivo possa suscitare interesse e curiosità, voglia di conoscere, di approfondire, di aprire gli occhi e magari commuovere o sensibilizzare, perché per me questo è il valore della scrittura.»