di Francesco Dalla Corte

Uno degli ultimi emendamenti al Milleproroghe relativo al dibattito pubblico del decommissioning nucleare,  ha aumentato da sessanta a centottanta  giorni il termine entro il quale, gli Enti coinvolti, possono presentare osservazioni alla mappa delle aree risultate idonee per la realizzazione del Parco Tecnologico/Deposito Nazionale delle scorie nucleari,  così come evidenziato dal progetto preliminare presentato a gennaio dalla Sogin, mediante la  Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee al  deposito dei rifiuti nucleari (C.N.A.P.I).

Lasciare più tempo agli Enti per decidere su di una questione di vitale importanza è fondamentale, come appunto trovare il luogo dove finalmente poter stoccare i rifiuti radioattivi che attualmente sono dislocati un po’ in tutto lo Stivale.

Bisogna però ricordare che l’Italia doveva prendere questa decisione già alcuni anni fa, infatti, avrebbe dovuto, secondo la Direttiva Euratom 2011/70, decidere entro e non oltre il 23 agosto 2015, causa per la quale, non avendo rispettato il diritto comunitario,  sono state aperte le procedure di infrazione che costano ai cittadini italiani quasi ottanta milioni di euro all’anno.

Sarà quindi interessante scoprire l’esito di questo primo esperimento pubblico di dibattito in Italia, emulando un po’ il modello francese, introdotto circa trent’anni fa. Sarà interessante  capire cosa succederà a seguito delle previste consultazioni, metodo ritenuto da gran parte dei paesi occidentali che lo praticano, garante di regole più semplici, chiare e soprattutto più consolidate. La situazione non è sempre così delineata e scontata, incombono sempre le potenziali ed ingiustificate conseguenze della sindrome Nimby,  perché paradossalmente, la collettività – pur riconoscendo l’indispensabilità di alcune opere – non vuole poi che queste siano costruite nel “proprio giardino”. 

La situazione però non è così dappertutto. In Francia si è scelto di coinvolgere i cittadini nel debat public, non nella fase finale e decisoria, bensì  ab initio, prevedendo  la partecipazione dei cittadini sin dalla fase progettuale e informativa di un’opera che avrà un impatto sociale pregnante e diffuso, dimostrando  in tal modo che chi ha partecipato sin dall’inizio non contesterà poi la fase finale della realizzazione  di un’opera condivisa in ogni sua singola fase. Coinvolgere come parte integrante dell’intero processo decisionale potrebbe essere risolutivo, così facendo la Francia riesce a rispettare i tempi dettati dall’Unione Europea per ogni infrastruttura complessa e di grande impatto ambientale.

Anche in Inghilterra la situazione è molto simile a quella francese, si è davanti al c.d. Planning Act, sistema consultivo propedeutico all’approvazione delle grandi opere infrastrutturali. Ogni scelta di indirizzo politico, relativa alla realizzazione di opere di grande impatto sociale, vengono preliminarmente sottoposte, mediante la Withe Paper, ossia la carta bianca,  ad una pubblica consultazione in modo che tutti i cittadini e non solo gli addetti al settore o quelli direttamente interessati, possano sentirsi coinvolti e decidere tutti assieme una strategia collettiva condivisa.

Non resta quindi sperare che il legislatore nazionale possa diffondere il radicamento di uno strumento di partecipazione democratica come appunto è il dibattito pubblico. 

È il buon senso degli italiani che dovrebbe prevalere su tutta la questione del decomissioning nucleare, è un sacrosanto diritto di ogni cittadino, avere la certezza che in Italia vi siano dei luoghi sicuri, controllati  e protetti, adibiti a deposito di rifiuti potenzialmente pericolosi, che saperli in giro per nostra nazione, soggetti a possibili pericoli di qualsivoglia natura.