What customers want: la moda deve fare i conti con l’etica

di Stefano Sannino

Quando si parla di beni di lusso, è molto comune discutere sulla qualità o sul prezzo (reale e percepito) che questi hanno per gli acquirenti dei brand che li commercializzano, dimenticandosi però di un terzo fattore, non meno importante per coloro che si servono del mercato del lusso per i loro acquisti quotidiani: la performance etica.

Avendo infatti il mercato del lusso come idea fondamentale quella di vendere delle idee associate agli oggetti esposti sugli scaffali, queste stesse idee diventano spesso e volentieri così imprescindibili da entrare a far parte dell’immaginario collettivo della clientela, tanto che i brand tra i più famosi al mondo vi si devono adeguare se vogliono continuare a vendere i loro prodotti. In quest’ottica, dunque, non è più sufficiente che un oggetto venduto da un brand sia bello e costoso, ma anche che sia costruito e fabbricato eticamente, senza materiali inquinanti e senza sfruttamento minorile.

Una produzione simile ha naturalmente dei costi superiori, rispetto alla produzione in massa a cui si ricorreva fino a qualche tempo fa e perfino oggigiorno non si è sicuri che tutti i brand rispettino gli standard legali contro l’utilizzo di sostanze inquinanti o chimiche, dannose sia per l’ambiente che per chi le lavora e per chi, alla fine, le indossa.
Da un’inchiesta presentata poco tempo fa su Report, si è scoperto che sono numerosissimi i brand del lusso che, dopo aver delocalizzato la produzione in Cina per i costi inferiori, non si curano nemmeno di verificare la sicurezza delle fabbriche a cui cedono la lavorazione e la produzione dei propri tessuti o, peggio, evitano volontariamente di fare questi controlli, permettendo però a queste stesse fabbriche di ignorare completamente gli standard etici e legali che questo settore richiede.

Insomma, moltissimi tra i brand più famosi tra i quali anche Diesel ed Emporio Armani, cedono la produzione dei propri prodotti a fabbriche terze ed utilizzano il made in Italy lasciando solamente l’ultima parte della loro produzione in Italia, ovvero ritocco e confezionamento. Il tutto ovviamente, per semplice e banale profitto. Una produzione così delocalizzata, in cui i tessuti vengono prodotti e trattati in Cina e poi spediti in medio oriente e o in Tunisia per il confezionamento del capo di abbigliamento, il quale infine viene spedito in Italia per essere ultimato, ha certamente dei costi inferiori ad una produzione completamente italiana. Secondo gli esperti, però questa differenza di prezzo sarebbe minima: si parlerebbe infatti di circa 1,50 Euro in più per produrre il capo in Italia. Certamente, sui grandi numeri di produzione di cui questi brand hanno bisogno, una simile differenza può far arrivare i costi ad essere molto elevati, eppure produrre in Italia, significherebbe non solo dare respiro a tutte quelle piccole imprese che da decenni lavorano nel campo del confezionamento di capi di abbigliamento o nella lavorazione dei tessuti, ma significherebbe anche assumere una posizione etica, che a lungo andare sarà sicuramente gradita da tantissimi acquirenti.

Al contrario, questi piccoli escamotage per far apparire un indumento di lusso pensato e creato in italia in modo artigianale, mentre viene realizzato in Cina da fabbriche senza scrupoli né per i propri lavoratori né per l’ambiente, se dovessero essere messi alla luce pubblicamente e platealmente, creerebbero un danno enorme ai brand che ne fanno uso, in quanto l’acquirente non potrebbe mai accettare un prodotto non etico, anzi dannoso per sé e per il mondo.
Il mercato del lusso è cambiato: sono cambiate le richieste dei clienti, le loro aspettative sui prodotti, è cambiata la posizione della stampa in relazione ai grandi brand, è cambiato il modo di fare informazione su questo settore specifico. Rendersene conto è fondamentale, non solo per aumentare le vendite, ma anche e sopratutto per avere quell’impatto sul mondo che il mercato del lusso, dall’inizio della sua storia, si propone di avere.

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