Storia della Moda: il riuso

di Martina Biassoni

L’Industria della Moda si sta dimostrando sempre più propensa ad un cambiamento verso un sistema più ecosostenibile e green, ma questa voglia di svolta non rappresenta una novità di questi ultimi mesi (anche se sicuramente la situazione in cui versa il nostro pianeta adesso è stata di maggiore stimolo) perché un tentativo di portarsi verso pratiche di lavoro migliori per l’ambiente che ci circonda erano già di moda molto tempo fa.

Il cambiamento di qusto periodo,per l’appunto, non è altro che il continuo riproporsi di usi e costumi che già erano in atto nella prima metà dell’ottocento: la “moda del riuso”, quello che ora chiamiamo molto comunemente repurposing o upcycling, era un sistema ingegnoso che era in voga già all’epoca di Maria Antonietta.

 

Questa era un’epoca in cui le mode erano dettate da sovrane e dame dell’alta società, un’epoca in cui le mode cambiavano molto spesso, così da costringere i cittadini ad adattarsi ai repentini cambi: infatti, il primo oggetto ad aver avuto un percorso di “seconda vita”, è una borsa per signora risalente al 1800 circa, appartenente alle collezioni del The Museum at  FIT di New York, realizzata a partire dalla forma della tasca del panciotto che era stata nella sua vita precedente e composta da tessuto color avorio, ricami colorati e nappine decorative. Si tratta di una reticule bag ovvero di una borsa composta da una rete di fili che, se tirati, permettono di chiudere l’estremità aperta e di indossarla al polso o portarla a mano e rappresentava un’importantissimo accessorio per la donna ottocentesca che, secondo la moda dell’epoca, era solita portare abiti leggeri e privi di tasche.

 

Ma, nella storia della moda, non esistono solo riutilizzi di questo tipo: ci sono arrivate testimonianze di riutilizzo anche di capi maschili per i guardaroba femminili, come questa canotta del 1950 circa, sempre appartenente alla collezione del The Museum at FIT di New York, di fattura più fedele al panciotto da cui è stata ricavata e che, con una serie di modifiche realizzate per mano di sarte esperte, lascia integro il ricamo posizionato alla base della canotta, al contempo modifica completamente le linee di collo e spalle per adattarle al corpo femminile e alla moda anni 50.  La metà alta del panciotto infatti è stata trasformata, spostando quello che era il bavero alle spalle e rendendolo una sorta di “manica a sbuffo”.

 

Ed ancora, nel 1960, questo completo da uomo è stato realizzato da un sarto di lusso italiano, Cifonelli, per Mr. Valerian Stux-Rybar (un designer d’interni famoso per la sua cura nella scelta dei materiali, non solo per quanto riguarda gli arredi) a partire da uno scialle paisley al rovescio – l’utilizzo di tessuti al rovescio era una pratica che si usava già dal diciannovesimo secolo per far sì che il tessuto durasse maggiormente nel tempo senza perdere le proprie qualità – dai colori sgargianti e dalla texture interessante, data dalle trame di tessuto che, invece di essere nascoste, vengono appunto esposte.

 

London – Brick Lane

Un trentennio fa, le ondate di maggiore attenzione all’ambiente da parte del Sistema Moda hanno avuto inizio: la fine degli anni ottanta/inizio anni novanta sono stati segnati dalla nascita di maison di lusso attente all’inquinamento ambientale, come Maison Martin Margiela nel 1989 e Lamine Kouyaté nel 1992. Continuando nel nuovo millennio,  sia ad inizio anni 2000 – anni che hanno visto la fondazione di altre case da sempre attive in ambito di sostenibilità ambientale come Stella McCartney nel 2001- sia all’inizio degli anni dieci del duemila sono osservabili nuovi picchi d’interesse in tutto ciò che riguarda la sostenibilità e la quantità di rifiuti tossici e dannosi per l’ambiente, con una nuova direzione green che venne intrapresa anche da brand non appartenenti al settore lusso con iniziative simili a “Schwopping by M&S” che nel 2012 promuoveva il riciclo degli abiti usati facendo in modo che quelli riconsegnati presso un loro store, desse accesso ad uno sconto sugli acquisti successivi – attività ripresa poi da tanti altri brand, come per esempio H&M- al grido di “don’t ditch it, schwop it!” (non buttarlo, scambialo con qualcosa di nuovo).

 

London – Brick Lane

Insomma, se c’è una cosa di cui si può essere certi è la ciclicità della storia, che dà basi e fondamenta su cui poi porre i mattoni dell’evoluzione, una storia che sembra sempre identica, ma che nel suo essere sempre di riferimento può dare spunti in favore d’un cambiamento che, in questo caso, non può essere altro che favorevole ad un nuovo ciclo appartenente ad un’umanità migliore, più attenta e meno consumisticamente egocentrica.

Staremo a vedere.

 

 

 

 

Le immagini dei vari capi oggetto di upcycling sono del The Museum at FIT New York City
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