SIPARIO SULLA LIBIA

di Roberto Donghi

Forse sarebbe stato più dignitoso non esserci.


A Berlino è andata in scena la tragicommedia italiana in Libia.
Provincia romana dalle guerre puniche, patria della dinastia dei Severi e poi “quarta sponda” dal 1912, colonia e ancora partner commerciale di primissimo piano, la Libia ha da sempre svolto un ruolo cruciale per l’Italia.
Dal commercio, alle risorse economiche passando per la proiezione nostrana in Africa, accordi e programmi garantivano la solidità delle nostre relazioni.


Tutto fino al 2011 con la morte di Gheddafi ed ancor peggio dal 2019 con l’attacco alla Tripolitania da parte del generale Haftar.
Nel corso di questi mesi di guerra, durante i quali il nostro alleato Al Sarraj è rimasto assediato continuando a chiedere aiuto al suo grande alleato italiano, i nostri governi hanno attuato una politica temporeggiatrice ed a tratti poco interessata, promettendo soluzioni diplomatiche che non ci sono mai state.


La morale la conosciamo tutti: la richiesta di supporto militare arrivata da Tripoli viene raccolta dalla Turchia, la quale si incunea a gamba tesa nelle storiche relazioni italo-libiche, minando prepotentemente il nostro ruolo.
Una politica inutile la nostra, che culmina proprio con la conferenza di Berlino.
Berlino, non Roma.


La capitale della Germania, distante più di 4000 km da Tobruk, si pone come casa delle soluzioni (o presunte tali) del conflitto, mentre l’Italia, che con la Libia ci confina, e che con la Libia ha una storia oramai secolare di rapporti, guarda dall’angolino, mentre Conte vanta risultati europei che non dipendono minimamente da lui o dal di lui ministro di Maio.


Alla fine il nostro fallimento si palesa proprio lì, in quella foto istituzionale nella quale Giuseppe arriva e cerca il posto in prima fila, con Macron che gli indica il fondo.
Lì finisce la forza diplomatica della nostra nazione: relegata in castigo in fondo a destra.

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