SIAMO IL PAESE DELLE RAPPRESENTANZE, MA GLI IMPRENDITORI SONO SEMPRE PIÙ’ SOLI

di Mario Alberto Marchi

“Una politica frammentata, che non valorizza i corpi intermedi” ha denunciato con sconforto il presidente di Confindustria, riferendosi alle manovre di rilancio dell’economia comunicate dal governo. E ancora : “Le organizzazioni sindacali saranno pronte a cogliere la sfida di una nuova contrattazione?”.

Ha ragione a sferzare i suoi interlocutori istituzionali – certo – ma una certa riflessione sarebbe urgente anche nel campo delle associazioni di categoria, cioè propri quei corpi intermedi evocati, quelle rappresentanze dei settori produttivi che lamentano mancanza cronica di attenzione per l’impresa.
A ben guardare siamo infatti molto lontani dall’idea di un fronte solido,coeso, concentrato su fini comuni, per il bene degli imprenditori.

La grande industria trova in Confindustria la sua rappresentanza storica e principale, che dal 1910, è la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere . Raggruppa 123.300 imprese per un totale di 4.768.000 addetti.
Appena si esce dal perimetro delle grandi dimensioni – però- ci si ritrova persi in un ginepraio inestricabile di sigle.

In campo agricolo, dove gli interessi dovrebbero essere chiari e comuni, si ha a che fare con Confagricoltura, nata nel 1920 dalla Società degli Agricoltori Italiani, che oggi Rappresenta 526 mila aziende associate. Ma contemporaneamente ai tavoli di trattativa, si siede Coldiretti  associazione nata per rappresentare famiglie coltivatrici, fondata nel 1944, è costituita oggi da 18 Federazioni regionali, 98 Federazioni provinciali, 765 uffici di zona e 9.812 sezioni periferiche. C’è poi anche la CiaConfederazione Italiana Agricoltori fondata nel 1977 , con 880.000 iscritti.

Se poi le imprese sono a carattere cooperativo, entrano in campo la potente Lega delle Cooperative che opera dal 1886 , accanto a Confcooperative  Confederazione Cooperative Italiane, nata da una scissione nel 1919 .

E’ pero’ quando si parla di piccola e media impresa che si rischia il mal di testa.
Quella che tutti considerano “ossatura economica del Paese” è rappresentata da : Confapi – Confederazione Italiana Piccole e Medie Industrie, costituita alla fine degli anni ’40, Cna – Confederazione Nazionale Artigianato e Piccola e Media Industria, fondata nel 1946, con circa 600.000 associati, Confcommercio , che ha oltre 820.000 imprese associate e la concorrente più giovane, Confesercenti  fondata nel 1971, che rappresenta oltre 270.000 imprese .
Finito qui l’elenco? Magari.
Si continua con Retipmi, Aisom, Apmi, Pmi, Conflavoro, Confpmitalia Inionpmi, Upi.

Ci sono poi le imprese artigiane, spesso considerate delle comuni pmi, ma in realtà contraddistinte da caratteristiche specifiche: anche queste non si fanno mancare la possibilità di scelta, tra Confartigianato, Unione Artigiani e altre sigle minori.

Una moltitudine nella quale si è finiti per stilare classifiche di influenza. Una molto articolata, compilata una decina di anni fa vedeva con 19,9% dei consensi , Confindustria come l’associazione più influente su scala nazionale. Per quanto riguarda il settore artigiano, a livello nazionale Cna e Confartigianato quasi pari: la distanza tra le due, infatti,era di appena un punto percentuale a favore della prima (12,7% contro 11,6%). Sul fronte delle associazioni dei commercianti, Confcommercio saldamente prima , con il 16,5% delle preferenze rispetto al 7,2% della Confesercenti. Nel comparto agricolo, prima era Coldiretti , con l’8,8%), seguita da Confagricoltura prima e dalla Cia.


Da dove nasce tutta questa frammentazione? Innanzi tutto dalle diverse matrici politiche. In principio vi erano associazioni di stampo cattolico e altre filocomuniste, ma soprattutto tra gli anni ’60 e ’80, praticamente ogni partito ha avuto una sua costola nelle rappresentanze di categoria, facendone così bacini di consenso elettorale.
Poi le varie sigle sono diventate autonomi centri di potere che spesso dialogano con la politica offrendo appoggi o minacciando dissensi: in palio c’è la firma in calce a qualche accordo nazionale, che vale iscritti, quindi finanziamenti, quindi ancora peso contrattuale.

E i lavoratori? Gli imprenditori, soprattutto quelli piccoli che dovrebbero poter contare su una rappresentanza efficace?
Fanno da soli e credono sempre meno che ci sia qualcuno davvero disposto ad agire nel loro interesse.

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