SEQUESTRI DI STATO: LA STORIA DI SABINA

di Giorgia Scataggia

Quando una donna subisce un abuso, l’unica priorità dovrebbe essere la sua tutela. Quando la violenza avviene in casa e questa donna è anche una mamma, la situazione diviene ancora più delicata. Troppo spesso si innesca un meccanismo malato secondo il quale i figli, che hanno assistito in prima persona agli abusi ed alla sofferenza della madre e che, comprensibilmente, rifiutano una frequentazione con la figura paterna, vengano considerati vittima di alienazione parentale ed obbligati a stabilire, contro la loro volontà, un rapporto con il genitore abusante. Oggi raccontiamo la vicenda di Sabina, la quale è stata ospite in diretta su Radio Critical Break.

INCONTRI PROTETTI CON MODALITÀ DISCUTIBILI

La storia di mamma Sabina va avanti ormai da nove lunghi anni ed è sfociata, il 15 Novembre 2017, in un prelievo coatto del figlio da scuola. Un vero e proprio sequestro, messo in atto dalla CTU con gli assistenti sociali e l’ex coniuge della donna, in assenza di un decreto attuativo che autorizzasse qualsiasi azione di questo tipo. Il bambino, il quale all’epoca aveva dieci anni, è stato inserito in una casa famiglia, dove è rimasto per circa un mese. Sabina, sostenuta dal suo legale Antonio Castellani, ha subito iniziato a presentare delle istanze al Tribunale e solo dopo nove mesi è riuscita ad ottenere una calendarizzazione degli incontri con il figlio, a causa dell’opposizione ostinata dell’assistente sociale. Per un anno, Sabina ha potuto frequentare il bambino per non più di un’ora ogni quindici giorni, in ambiente protetto, con la presenza di un’operatrice. Nel Luglio del 2019, grazie all’avv. Castellani, il quale è riuscito a trovare nel verbale degli incontri una dichiarazione del figlio, volutamente taciuta dagli assistenti sociali, dove manifestava il desiderio di frequentare più spesso la madre, Sabina è riuscita ad ottenere un incontro settimanale. Tuttavia, le modalità nelle quali si svolgevano queste visite si sono fatte via via più insostenibili, sia per la donna che per il figlio, costretti a rimanere chiusi in una stanza del Comune con tanto di sbarre alle finestre, sotto lo sguardo vigile, critico e prevenuto di due operatici. A causa di ciò, Sabina ha deciso di sospendere gli incontri e di rivolgersi nuovamente al Tribunale, per tentare di ottenere modalità di frequentazione più libere e più consone alle sensibilità di un minore. Ciò nonostante, per altri otto mesi, complice anche lo stato di emergenza causato dalla pandemia, la donna non ha potuto vedere il bambino. Al termine di questo lasso di tempo, le visite sono state riprese per un mese, per poi essere nuovamente sospese per un ulteriore mese, al termine del quale i servizi sociali hanno deciso, di loro spontanea volontà, di ripristinare la calendarizzazione precedente, la quale prevedeva un incontro ogni quindici giorni.
Le motivazioni di questo lungo calvario risiedono in una “diagnosi” di alienazione parentale che la madre, vittima di violenza fisica e psicologica da parte dell’ex marito, opererebbe nei confronti del figlio. Il minore ha assistito in prima persona agli abusi ma, come spesso accade, la sua testimonianza non è stata presa in considerazione in quanto etichettata come frutto del plagio ad opera della madre.

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