Quando l’Italia scrisse la storia dell’informatica

di Gabriele Rizza

Nel 2020 a nessuno verrebbe mai in mente che una qualsiasi azienda italiana possa essere lontanamente paragonata ad un colosso informatico e tecnologico come IBM. Non tutti sanno però che è esistito un tempo in cui l’ormai moribonda Olivetti era ai vertici mondiali del settore elettronico.

Era la fine degli anni cinquanta: l’azienda di Ivrea era guidata dal mai dimenticato Adriano Olivetti che, su suggerimento di Enrico Fermi, assunse l’italo-cinese Mario Tchou – giovane professore di ingegneria negli Stati Uniti – al quale venne affidato il compito di creare il più innovativo e potente calcolatore elettronico mai costruito fino a quel momento, in collaborazione con l’Università di Pisa. Mario Tchou scelse personalmente i propri collaboratori, senza guardare i loro curriculum o il loro percorso di studi, venne per esempio coinvolto nel progetto anche chi aveva abbandonato l’Università.

Contava, per l’ingegnere italo-cinese, non ciò che si conosceva ma ciò che si poteva imparare e dare all’azienda, come testimoniato da Renato Betti, diventato poi Professore al Politecnico di Milano. Metodi precursori di aziende iconiche come Apple e Google.

Nacque così nel 1959 l’Elea 9003, primo computer interamente costruito a transitor e non a valvole e di gran lunga migliore di qualsiasi prodotto americano. L’innovazione era tecnologica quanto filosofica: Tchou e Olivetti costruirono una macchina a misura d’uomo, non più cabinati alti due metri.

Nasceva così in Italia l’idea del personal computer, anche se il funzionamento era molto lontano dai PC di oggi ed era concepito per un uso principalmente aziendale e per esperti del settore, allora pochi.
Per l’Olivetti doveva solo essere il primo passo, ma le difficoltà erano dietro l’angolo, come disse Mario Tchou:”Attualmente possiamo considerarci allo stesso livello (dei concorrenti) dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è molto notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato”.

Poi le tragedie: Adriano Olivetti morì nel 1960 per un infarto, l’anno dopo Mario Tchou fu vittima di un incidente stradale sulla Milano- Torino, perdendo la vita a soli 37 anni. Da allora la storia del l’Olivetti prese una strada diversa. Nel 1964 venne ceduta la divisione elettronica alla General Electric, nell’indifferenza dello Stato e del resto del capitalismo italiano che, forse, non avevano captato il valore strategico del settore o lo avevano capito così bene da non voler dar noie agli Usa. In una recente intervista Carlo De Benedetti dichiarò che ancora nel 1978, quando l’imprenditore acquisì l’Olivetti, tutti i dipendenti erano convinti che Mario Tchou fosse stato ucciso dalla CIA.

Non abbiamo elementi per approfondire questa tesi, ci domandiamo però cosa sarebbe stata l’Italia se Mario Tchou e Adriano Olivetti non fossero scomparsi così prematuramente. Immaginate gli Stati Uniti degli anni ’80 senza Steve Jobs e Steve Wozniak, la risposta sarà più semplice.

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