PONTE DI GENOVA: QUANDO PROCLAMARE È IL FINE E NON IL MEZZO

di Gabriele Rizza

È in corso l’ultimissimo episodio della sindrome del proclama all’italiana: larga parte del Movimento cinque stelle ha intenzione di revocare la gestione del Ponte Morandi ad Autostrade per l’Italia, della famiglia Benetton. Addirittura, è il Premier Giuseppe Conte a mostrare i muscoli, anche per tenere a bada i deputati intransigenti e la base elettorale pentastellata, dichiarando che «La procedura di revoca è stata avviata e ci sono tutti i presupposti per realizzarla, perché gli inadempimenti sono oggettivi, molteplici e conclamati. Quindi o arriva una proposta della controparte che è particolarmente vantaggiosa per lo Stato oppure procediamo alla revoca, pur consapevoli che comporta insidie giuridiche».

Più duro è invece il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, alla ricerca del consenso perduto negli ultimi due anni; secondo l’ex vicepremier «Alle famiglie delle vittime avevamo promesso due cose: che il ponte non lo avrebbero costruito i Benetton, ma un’azienda di Stato. Infatti lo hanno costruito Fincantieri con Webuild. E che i Benetton non avrebbero più gestito le autostrade. Tantomeno il ponte. Entrambe queste promesse ora vanno mantenute. La politica senta dentro di sé il peso di queste due promesse. E passi ai fatti».

La lezione che gli italiani hanno imparato negli ultimi dieci anni è che più la politica abbaia, meno morde. Le battaglie politiche contemporanee – e di conseguenza il modo di raccontarle ai cittadini – poggiano sull’umore e le emozioni della popolazione, che sono momentanee e non guardano al domani. In questo modo, s’instaura il meccanismo per cui “promessa e risultato” politico coincidono; ciò avviene perché appagare le emozioni è facile, almeno nell’immediato presente. Affinché però tale meccanismo funzioni, sono necessarie continue promesse e proclami, che tocchino tanto la pancia del singolo quanto l’immaginario collettivo. Non è una strategia decisa a tavolino, ma figlia dei nostri tempi, della società liquida e istantanea, che i politici cavalcano bene perché a conti fatti non costa nulla e raccoglie consenso.

Aldilà del merito, la concessione all’Aspi del Ponte Morandi è solo l’ultimissimo episodio targato Cinque Stelle. Come dimenticare infatti le sigle che, per almeno un anno, hanno invaso le prime pagine dei giornali: TAV e TAP hanno fatto tanto rumore per nulla; adesso, il rumore lo fanno i muscoli mostrati a Genova, ma anche questa battaglia rischia di risolversi nel nulla. Purtroppo, la strategia del “proclama muscolare” si scontra con la realtà italiana, fatta di burocrazia, cavilli giuridici e poteri consolidati. Lo sanno bene tutte le altre forze politiche di centrosinistra e centrodestra che, contro questa realtà, sono già andati a sbattere.

Come andrà a finire per i genovesi? Leggendo le parole di Giuseppe Conte riportate in apertura, l’ipotesi più probabile è di un compromesso tra Governo e Famiglia Benetton, che verrà spacciato come straordinario successo del Premier e di Luigi Di Maio, rafforzando nell’immaginario collettivo l’importanza del colore giallo nel governo; una soluzione all’italiana per una tragedia dove hanno perso la vita 43 persone.  

Se ti è piaciuto questo articolo lascia un commento o sottoscrivi il feed RSS per ricevere i prossimi nel tuo reader.