Poltronari, no grazie !

Matteo “il temporeggiatore”

Essere poltronari oggi non va più bene. O meglio, essere definito come tale non va bene, perché alla fine la politica trova sempre nuovi termini di facciata o nuovi metodi per accaparrarsi i posti strategici anche in periodi “scomodi”.

Scomodi, sì, poiché il populismo, che fa del distacco dal vecchio sistema la propria ragion d’essere, non può certo ripiegare sui vecchi metodi, forse meno ipocriti ma non più di moda, per chiedere qualche poltrona in più.

Ed ecco che la prima vittima di ciò, è proprio uno che con il populismo ha fatto fortuna: Matteo Salvini.

Il capitano nazionale dall’alto del suo 34% alle europee e dai sondaggi attuali che lo danno addirittura al 38% soffre e subisce una presenza dei 5stelle troppo invasiva rispetto al 17% scarso che il Movimento riesce a racimolare.

Un rapporto di forza che può essere riequilibrato con una semplice parola: rimpasto.

Ma il rimpasto Salvini non lo può chiedere, a meno che non scelga di passare per un assetato di poltrone vecchio stile che fa giochi di palazzo a danno degli “honestissimi” 5 Stelle.

Come fare allora? Semplice: la buona sorte arride ancora al capitano e gli prospetta uno scenario dal quale potrebbe uscirne come “Salvatore della Patria” ed al contempo con qualche posto in più negli apparati di governo: il fallimento di Maio.

Il caro Luigino è impegnato, come tutti sappiamo, sui fronti Alitalia ed Ilva di Taranto. Il primo, un disastro totale. Era il 2017 infatti quando un di Maio ancora all’opposizione annunciava: “Alitalia? Sono fiducioso potrà restare sul mercato senza i soldi pubblici”. Affermazione da poco smentita: il prestito di 900 milioni + interessi non sarà restituito allo Stato il quale addirittura, come soluzione definitiva, propone un acquisto di quote di maggioranza Alitalia attraverso Ferrovie ed il Ministero dell’Economia. In pratica: altre spese a carico dei contribuenti ed un ipotetico futuro del tipo che se prima era solo un’azienda pubblica a crollare, ora potranno essere tranquillamente due.

In dirittura di arrivo anche il secondo disastro: quello dell’Ilva di Taranto. Il Governo ha infatti deciso di non rispettare l’accordo firmato con ArcelorMittal, il quale conteneva, nel periodo di riconversione degli impianti, una clausola di salvaguardia per i dirigenti di tale azienda nei confronti di procedimenti penali per reati ambientali.

“Non esiste alcuna possibilità che l’immunità torni” ha dichiarato il Ministro-Vicepremier e nel frattempo ad accelerare la caduta, arriva anche la procura di Taranto con la decisione di chiudere uno dei cinque altiforni ancora attivi nello stabilimento di acciaio più grande d’Europa. Una decisione che ridurrà ancora di più la produzione. Quanto tempo passerà prima che, a queste condizioni, ArcelorMittal lasci l’investimento?

Non lo sappiamo, ma qualcuno in via Bellerio potrebbe sperare che il momento arrivi presto, che il fallimento si palesi davanti a tutta la nazione e che quindi si renda necessaria una maggiore presenza di leghisti nel governo. Gente affidabile, infallibile, che porta a casa risultati e non sconfitte. L’occasione perfetta per chiedere un rimpasto di governo che rappresenti le reali % di partito.

Una scommessa temporeggiatrice degna delle migliori tattiche politiche se non fosse che, ancora una volta, la realizzazione degli interessi politici di Salvini potrebbe pesare sugli interessi della nazione.

Roberto Donghi

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