PESCATORI (ANCORA) ABBANDONATI IN LIBIA DAL GOVERNO ITALIANO

di Abbatino

Già passato un mese e dei nostri pescatori sequestrati in Libia non parla più nessuno. La loro sorte? Nessuno può saperlo. Arrivano informazioni raffazzonate dalla Libia – o come si chiama adesso che è divisa in due – dominata dalle fazioni di due generali che da quasi dieci anni si fanno la guerra. Gli sventurati pescatori sono stati presi dalle milizie di uno dei due generali, in questo caso Haftar, i quali a trent’otto miglia dalla costa libica erano impegnati nella pesca, pare del gambero. Con mezzi molto più sbrigativi e meno garantisti dei nostri, li hanno prelevati e imprigionati. Le milizie che dovevano frenare le partenze di clandestini dalla Libia, senza successo a quanto pare, fermano ignari pescatori italiani che lavorano. Quante stranezze in questo caso disperato; disperato come un familiare che attende il ritorno a casa di un congiunto. Stranezze perché gli zelanti libici, vicini ai francesi in questo caso, si mostrano molto più di manica larga, facendo varcare i mari a chiunque trasporti vite umane e non pesci in barile. Quale sarebbe il reato commesso dai nostri connazionali pescatori, che si spaccano la schiena e fanno una vita difficile nel mar Mediterraneo? Sarebbe opportuno che il ministro degli Esteri Di Maio si attivasse alla svelta per capire cosa stia succedendo. Non lo chiedono solo le famiglie, ma tutto il popolo italiano. Se la retorica della sinistra ci propone i lager per coloro che partono dalla Libia su un barcone fatiscente, stessa sorte potrebbe toccare ai nostri connazionali prigionieri nello stesso lager. La loro unica colpa? Quella di fare un lavoro talvolta ingrato, certamente durissimo e di trovarsi nel posto sbagliato.

Siamo un paese dalla doppia morale ormai da tempo, un tanto al chilo: in prima linea ad applaudire il volontario “islamizzato” che rientra, ma scarsamente attenti a diciotto lavoratori, alcuni anche stranieri, della cui sorte non è dato sapere.

Non siamo credibili a livello internazionale.

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