PARTITE IVA. TUTTI NE PARLANO, POCHI LE CONOSCONO, NESSUNO LE SALVA

di Mario Alberto Marchi

Sono quelli che si danno da fare, quelli che se non trovano il posto fisso o non l’hanno più, prima di scoraggiarsi e chiedere il reddito di cittadinanza, provano a fare di sè stessi un’impresa. Sono anche quelli che tutta la politica dice di tenere in palmo di mano, corteggiandoli e glorificandoli, salvo poi offrire loro qualche bonus, piuttosto che un sostegno strutturale. Sono loro, i titolari di partita IVA.

Per loro nascono movimenti, liste elettorali, associazioni di categoria. Insomma tutto un mondo che dovrebbe regale tutele a non finire, mentre sono invece preda dei peggiori avvoltoi del mercato del lavoro; eroi, o carne da macello, comunque nessuno in Europa ha i numeri del nostro Paese.

Ancora una volta, a capire il fenomeno ci aiuta Eurostat, l’agenzia di statistica dell’Unione. I dati disponibili più aggiornati sono quelli del 2018 e ci dicono che l’Italia ha il primato assoluto di partite Iva. Con quasi 4,7 milioni, facciamo impallidire Francia e Spagna, che si attestano attorno ai 3 milioni e superiamo abbondantemente anche la mitica Germania che si ferma a 3,5 milioni.

Indietro, molto indietro tutti gli altri Paesi, tanto che facendo le somme risulta che da sola l’Italia ha il 15% di tutte le partite iva  dell’Unione. 

La recente contrazione dovuta alla crisi post covid, che ha visto nel secondo trimestre dell’anno corrente un crollo di oltre il 30%, non dovrebbe aver fatto cambiare di molto le proporzioni, anche negli equilibri tra i settori produttivi scelti per esercitare la professione autonoma.

La rilevazione più recente dava oltre il 20% alle attività commerciali, un 15% in crescita per le attività professionali e un 9% alle costruzioni, in probabile calo con il rallentamento dei cantieri edili. Fin qui le dimensioni, ma è sulla seconda percentuale che è il caso di soffermarsi, perchè rivela al suo interno una curiosa anomalia.

Stando sempre alle rilevazioni Eurostat del 2018, risulta che, poco meno di 4 lavoratori su 100, dichiarano come sede del proprio lavoro l’abitazione. Nel resto dell’Unione, il dato non è altissimo, ma supera comunque il 5%.

Vero che i più fortunati vantano la possibilità di svolgere l’attività in un proprio studio, ma si tratta soprattutto di ditte individuali, o di professionisti associati. Quel che preoccupa è il sospetto che dietro a molte aperture di partite iva si nasconda l’elusione del lavoro dipendente.

Un abuso che, malgrado i più svariati tentativi dei governi – dalla legge Fornero al Jobs Act, fino al Decreto Dignità -, non ha fatto che crescere. Nel 2013 Istat stimava in circa 300.000 le partite iva che nascondevano lavori subordinati a tutti gli effetti; sette anni dopo l’Istituto ne ha rilevate oltre 450.000.

Un altro triste primato di un’economia allo sbando e di un mercato del lavoro fuori controllo.

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