Parliamo di Hong Kong, e la crisi dell’occidente

Di Roberto Donghi

Già parliamone, perché oltre a qualche microspezzone nelle ultime notizie dei telegiornali (quelle che precedono i grandi servizi sui cani in spiaggia o i consigli su come affrontare il caldo) di Hong kong non parla nessuno.

A nessuno importa di quel baluardo di libertà che si erge nella tenebra della dittatura, un bastione abbandonato dall’occidente in perfetto stile  “accordi di pace di Parigi 1973” e che può contare oramai solo su sé stesso e sulla resistenza, anche armata, nella difesa dei propri diritti.

Perché è di garanzie e diritti che si parla, le stesse e gli stessi dei quali noi pacificamente e scontatamente godiamo da decenni senza alcun timore, senza il rischio che nessuno ce li porti via, chiusi come siamo nella bolla dorata del nostro mondo occidentale fatto di social network sui quali postare di tutto.

Ma fuori dall’hortus conclusus europeo ed atlantico c’è chi è costretto a difendere quotidianamente la propria libertà, una libertà che vuole essere negata da una potenza economica globale che stringe accordi con tutti senza che nessuno ponga mai l’accento sul rispetto dei diritti naturali dell’uomo nei suoi confini nazionali.

Un sistema totalitario al quale ci siamo arresi in nome della produzione a basso costo, al quale stiamo sacrificando i nostri valori europei e regalando mezzo continente africano, senza riflettere sui futuri probabili rischi socioeconomici.

E mentre la politica italiana si concentra su di un Salvini che un giorno si fa shakerare le tette in faccia da una cubista del papeete e letteralmente il giorno dopo fa gli auguri di compleanno alla Vergine di Međugorje, sulla repressione in atto ad Hong Kong tutto tace.

Tutto tace anche da parte del governo il quale ben si guarda dall’infastidire Pechino e tutto tace anche da parte del nostro parlamento, eccezion fatta per il senatore dem. Roberto Rampi, l’unico a presentare una mozione sulla questione.

Nell’indifferenza totale si sta consumando piano piano la fioca luce del Diritto. Alla stazione di Youen Long abbiamo assistito al pestaggio seriale dei manifestanti, pestaggio consumatosi con l’imbarazzante silenzio della polizia locale e della cui organizzazione è sospettata la triade, forse usata come lunga manus di Pechino. Di fronte al reale crollo delle proprie libertà, ai manifestanti non rimane altra scelta che il ricorso alla violenza. Un ricorso forse giustificato anche dalle parole del portavoce degli esteri cinese Geng Shuang che ha ribadito la necessità di punire tali atti di violenza e da alcuni articoli del quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese “il Quotidiano del Popolo” il quale affermava che tali comportamenti non saranno più tollerati e che forse lasciano spazio ad una ipotesi che si fa sempre più concreta: la volontà di Pechino di usare le proteste come casus belli per intervenire pesantemente ed in prima persona.

La fine della sovranità britannica e l’avvio del modello “Un paese due sistemi” sta lasciando rapidamente spazio ad un futuro oscuro che non può essere ignorato dalle potenze occidentali e dall’Unione Europea che fonda la sua esistenza proprio sulla difesa del Diritto. Il rischio è che l’UE perda un’altra volta la possibilità di porsi come attore fondamentale in un mondo che va sempre più polarizzandosi nel nuovo ordine USA-CINA ed un altro rischio è l’affermazione di un nuovo metodo, quello del  “Due Paesi” Cina-Hong Kong e “un sistema”.

Il sistema delle bastonate.

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