Monza: studente punito perché gay

Monza, istituto professionale ECFoP. A un ragazzino sedicenne, studente iscritto all’istituto, è stato proibito entrare in classe. Il direttore dell’istituto ha infatti imposto al ragazzo di stare in corridoio, da solo, mentre gli altri seguivano le lezioni in classe. E questo perché il ragazzo è gay e avrebbe commesso l’“orribile misfatto” di aver pubblicato sul web una sua fotografia a torso nudo.

Prima di proseguire dobbiamo specificare la natura dell’istituto. L’ECFoP è una scuola professionale con diversi indirizzi, nata negli anni ’50. Non si tratta di una scuola pubblica, ma di un ente cattolico. La sigla stessa non significa altro che “Ente Cattolico Formazione Professionale”. È una di quelle scuole private, insomma, che oltre alla retta degli studenti si prende i lauti finanziamenti pubblici che le istituzioni italiane danno alle scuole cattoliche.

Non ci stupisce che in un ente cattolico avvengano casi di omofobia. La posizione della Chiesa Romana su tal punto è nota, come è noto il fatto che al suo interno ci siano sacerdoti e vescovi che predicano la necessità della pena di morte per le persone glbt, sacerdoti che possono permettersi di dire queste cose senza avere il benché minimo richiamo da Roma. Basti ricordare il vescovo ugandese Charles Wamika o lo svizzero Vitus Huonder. E la lista potrebbe continuare per parecchio ancora. In compenso appena un sacerdote si esprime a favore delle persone glbt viene messo a tacere, sospeso a divinis, ridotto allo stato laicale. In questo contesto non ci stupisce che il preside dell’istituto si sia sentito autorizzato a punire un ragazzo per il suo orientamento sessuale. La scusa della fotografia è, infatti, ridicola. Una banale fotografia a torso nudo non è certo scandalosa e basta farsi un giretto su facebook per rendersi conto che quasi tutti i ragazzi hanno foto simili sui loro profili, fotografie tutt’altro che maliziose, scattate magari al mare, o in casa o durante una festa all’aperto. Se tutti i ragazzi che postano foto a torso nudo dovessero essere messi in punizione in corridoio, temo che le classi resterebbero pressoché deserte. Risulta quindi evidente come il fatto che l’unico a essere punito sia proprio il ragazzo gay non sia casuale.

Purtroppo per lui, il preside non aveva fatto i conti con una madre degna del suo ruolo. Vedendo il ragazzo tornare a casa in lacrime, la madre si è fatta raccontare tutto e ha denunciato l’istituto ai carabinieri, dopo aver documentato fotograficamente i fatti. Ovviamente il preside è sceso dalle nuvole, come se i suoi atti fossero normali e ovvi e si è giustificato adducendo come scusa il fatto che il ragazzo “influenza negativamente gli altri ragazzini e vanno protetti gli altri bambini.” Ora, già il fatto di definire “bambini” dei ragazzi di sedici anni, ragazzi che, sicuramente, sono più che smaliziati a livello sessuale, è a dir poco assurdo. Inoltre non vedo come la semplice presenza in classe di una persona possa “influenzare negativamente”. Forse il preside pensa che la sola esistenza di un ragazzo gay sia deleteria per gli altri, come se fosse, chessò, un mostro o come se l’omosessualità fosse in qualche modo contagiosa. Discorsi più che diffusi in certi ambienti bigotti.

I fatti di Monza mi ispirano qualche riflessione. Prima di tutto sono davvero stupito del fatto che ancora si usino metodi di punizione medievali che implicano l’umiliazione di uno studente davanti agli altri. Simili metodi violenti sono stati abbandonati da decenni nei paesi civili e che in Italia ci siano presidi che ancora li usano è davvero triste. Spero che qualcuno prenda i dovuti provvedimenti. Un uomo che si permette di umiliare così un ragazzino provocandogli un trauma psicologico in quell’età tanto delicata che è l’adolescenza, non può rimanere impunito. È evidente che non è adatto a ricoprire una carica del genere. E il fatto che la scuola sia privata poco importa. Come ha avuto da dire il preside stesso, i “bambini” vanno tutelati e quindi non si deve permettere a uno come lui di lavorare a contatto con gli studenti. Si potrebbe metterlo in qualche ruolo amministrativo, ma non in ufficio: in corridoio.

Il secondo punto è il limite di intervento di un educatore scolastico (preside o insegnate che sia) nella vita degli studenti. La fotografia incriminata non è stata scattata a scuola e non è stata postata durante gli orari scolastici. Ne segue che la scuola non aveva nessun diritto di intervenire sulla questione. La scuola ha il diritto e il dovere di intervenire riguardo a ciò che avviene tra le sue mura. Quando i ragazzi sono a casa, però, ciò che fanno non è competenza della scuola, ma solo dei ragazzi e delle loro famiglie. Motivo in più per dubitare della motivazione addotta dal preside per punire il ragazzo. Ci chiediamo anche come mai il preside abbia visto quella fotografia. Ha cercato informazioni sul ragazzo? Ha indagato per trovare un motivo qualunque da usare come scusa per escluderlo? Tutte domande che dovrebbero essere chiarite in sede giudiziaria.

Infine ci chiediamo quale sia il limite della “libertà d’opinione”. Se è infatti ovvia la posizione cattolica riguardo le tematiche glbt, è meno ovvio il loro “diritto” a discriminare le persone in base a questa opinione. Nessuno vuole vietare ai cattolici di pensarla così o di esprimere il loro pensiero, ma la libertà di opinione non implica la possibilità di negare agli altri i diritti sulla base delle opinioni personali o il diritto di imporre il proprio stile di vita e di pensiero a chi non lo condivide. Il ragazzino discriminato non ha commesso nulla a scuola e paga la retta e quindi non deve essere punito o escluso. Poco importa se la scuola è privata. I diritti e la dignità della persona sono prioritari rispetto alla proprietà e all’ideologia religiosa. Inoltre non dobbiamo dimenticare i lauti finanziamenti pubblici che le scuole cattoliche ricevono. Se non intendono rinunciare al pubblico denaro, abbiano almeno il buon gusto di rispettare le pubbliche regole e leggi. Sono sinceramente stufo di pagare le tasse per finanziare scuole e associazioni clericali omofobe.

Concludo con la speranza che il preside sia rimosso dal suo incarico e licenziato e che simili fatti non succedano mai più. Purtroppo temo non succederà.

Enrico Proserpio

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