MONARCHIA, TRA REALTÀ E UTOPIA

di Stefano Bini

Alessandro Sacchi, classe 1964, è un avvocato molto noto a Napoli, ma soprattutto è presidente dell’UMI, unione monarchica italiana, e ha il duplice ruolo tra i tanti di divulgare tutto ciò che la corona può ancora offrire all’Italia, mantenere i rapporti con Casa Savoia e tenere convegni per sensibilizzare la popolazione italiana sull’attualità dello status monarchico.

A proposito di ciò, così parlava Umberto II nel 1956: «L’UMI è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d’essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma l’affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta.»

Presidente, ha ancora senso parlare di Monarchia in Italia?

«Ne ha molto. Nella gestione degli affari correnti di una nazione è necessario l’esercizio continuo, da parte del Capo dello Stato, della cosiddetta “funzione arbitrale”. L’esempio quotidiano, offerto dai paesi in cui c’è vige l’istituto monarchico, rappresenta a tutti gli effetti la migliore applicazione possibile dei principi ispiratori di una democrazia parlamentare. Il requisito principale di qualsiasi arbitro è la terzietà; in quest’ottica, ma non solo, la qualità del lavoro svolto dai monarchi attuali in molte democrazie europee, e persino nell’ipertecnologico Giappone, mi pare indiscutibile.»  

La monarchia è in auge in molti paesi del mondo. Voi affezionati alla corona credete ancora in un ritorno a questo status anche nel Bel Paese?

«Noi siamo convinti che funzionerebbe anche in Italia. Ma non bisogna pensare alla Monarchia quale fu fino al 1946, e che per la maggior parte dei nostri settantamila iscritti equivale ad una vecchia foto in bianco e nero. Bisogna invece guardare ad una declinazione moderna del concetto di Regno d’Italia, prendendo per modello le grandi democrazie parlamentari europee, in cui la figura del sovrano imparziale rappresenta l’identità, la territorialità e, attraverso la volontà della Nazione, la sovranità. Ricevo moltissime mail di giovani che, nei loro sempre più frequenti viaggi e interazioni con l’estero, hanno potuto toccare con mano il profondo legame che unisce i cittadini di altri regni con le loro istituzioni, incarnate da una persona e da una famiglia che il popolo identifica con la sua stessa storia e con quella della propria patria. L’interesse è crescente. I migliaia di contatti quotidiani nel nostro sito sono il riscontro pratico di un sentimento che non rappresenta più solo una curiosità, quanto forse il bisogno di un buon esempio da cercare.»

I monarchici italiani fanno riferimento a Casa Savoia-Aosta, anche se gli ultimi regnanti sono stati oggettivamente i Savoia. Perché questo connubio? Qualche diatriba?

«È una questione che non esiste. La famiglia è Savoia, punto. Divisa in due rami, entrambi discendenti da Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia e unico italiano detentore del titolo di Padre della Patria. Aosta è solo un predicato nobiliare. Per effetto di leggi dinastiche, recepite dall’ordinamento civile, il pretendente al trono è Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta appunto, ed a lui si rivolgono le nostre speranze. Dopo di lui suo figlio, il Principe Aimone, un top manager che onora degnamente la nostra tradizione imprenditoriale, dirigendo un gruppo industriale italiano operante in Russia. Altri rami di Casa Savoia hanno fatto scelte diverse e seguito altre strade, che non discuto e non giudico. Esistono tuttavia una legittimità di origine ed una, diciamo così, di esercizio; non mi pare che ci possano essere dubbi nel capire che la Monarchia è una cosa seria, indipendentemente da come la si pensi. Chi vuol ballare balli, ma la funzione rappresentativa che si richiede a chi deve incarnare mille anni di storia, e che noi dell’Unione Monarchica Italiana proponiamo torni a rappresentare, è ben altro.» 

Lei organizza convegni in tutta Italia per parlare di regni, storia e di un possibile ritorno al passato. Quanto tutto questo può conciliare con un mondo che va velocissimo?

«Talleyrand, il grande statista francese operante prima e dopo la grande rivoluzione, veniva spesso attaccato dai suoi oppositori per i propri sentimenti monarchici, giudicati una forma di arretratezza. Lui replicava affermando di essere più avanti di loro. Nel 1789, chi poteva immaginare cosa sarebbe accaduto in seguito? L’epopea napoleonica, la restaurazione di Borbone, ancora la Repubblica, poi il secondo Impero. La verità è che la storia ha davvero molta più fantasia degli storici. Quella che oggi può sembrare soltanto un’ipotesi formulata da qualcuno, magari solo un po’ più attento alle storie istituzionali di successo che giungono da oltre frontiera, potrebbe domani diventare una necessità condivisa. La necessità è fondamentalmente una: sottrarre il “vertice” al gioco delle parti, dandogli modo di esercitare la sua funzione senza quei vincoli ideologici che inevitabilmente condizionano qualsiasi politico repubblicano di lungo corso, con militanze pluridecennali in questo o quel partito.» 

Tra gli attuali avvocati, diplomatici, imprenditori e politici, chi sono i vostri più grandi fans?

«Molti personaggi pubblici del passato e del presente sono stati e sono monarchici. Votarono Monarchia nel ’46 i fratelli Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Totò, Aldo Fabrizi. Monarchici dichiarati furono i due primi Presidenti della Repubblica Italiana, De Nicola ed Einaudi. Monarchici erano Indro Montanelli e Marco Pannella, così come lo sono il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, Vittorio Sgarbi ed il politico e scienziato Giuseppe Basini. Potrei andare avanti per delle ore: i monarchici “di peso”, per i loro ruoli pubblici o professionali, sono infatti tantissimi e nella mia militanza quasi quarantennale ne ho incontrati migliaia. Alcuni sono usciti da tempo allo scoperto mentre altri custodiscono nel privato queste convinzioni, non ritenendo per ora indispensabile il doverle sbandierare ai quattro venti.»

Sempre più spesso, in tv il titolo nobiliare viene svilito o usato come tema trash. Crede che questo renda viva l’attenzione su questo tema o lo mortifichi?

«La Monarchia nasce da un patto con il popolo, non con le élites. Il fatto che parlandone spesso vengano chiamati in causa blasoni e corone è un fraintendimento tipico e, credo, in qualche modo voluto dall’istituzione vigente.  Guardiamo invece ai fatti. Il tradizionale concetto di aristocrazia è stato superato dall’art. XIV delle norme transitorie e finali della Costituzione repubblicana: “I titoli nobiliari non sono riconosciuti”. Tuttavia, credendo con ciò di sopprimerli, la Repubblica li ha fatti proliferare in modo incontrollato e talora anche truffaldino: fino al ’46 la legge ne regolava l’uso e ne sanzionava gli abusi, così come avviene per qualsiasi altra qualifica e come tuttora accade in altre Monarchie. Oggi, in assenza di norme regolatrici, fioccano i principi del Sacro Romano Impero “tarocchi”, senza passato e verosimilmente senza futuro. Tuttavia, la nostra visione del problema non è influenzata da tali condizionamenti, convinti come siamo che il monarchismo sia oggi come ieri un sentimento nazionale e non di casta. Il mio personale motto è: Re e popolo.»

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