Lui è tornato

Tutti lo davano per morto. E invece “lui”, per un qualche straordinario evento, è scampato alla morte nel 1945 ed è stato sbattuto direttamente nel 2014. Chi è “lui”? Adolf Hitler!

Così inizia il film “Lui è tornato”, diretto da David Wnendt e tratto dall’omonimo romanzo di Timur Vermes. Il film narra la storia di un Hitler redivivo che, per un caso fortuito, finisce sotto l’obiettivo di un timido e impacciato regista, il quale, convinto che lui sia un sosia, coglie l’occasione per lanciarlo nel mondo dello spettacolo. Hitler diverrà a breve un fenomeno mediatico, sia in TV che sul web. All’inizio i suoi discorsi faranno ridere la gente, ma pian piano si delineerà un nuovo modo di vedere e le persone cominceranno a dargli ragione, a sostenere che, dopotutto, non dice cose sbagliate. Ma non tutti cascano nel tranello. Sarà proprio il timido regista, a seguito di uno spiacevole episodio con un’anziana signora ebrea, a comprendere che “lui” è il vero Adolf Hitler e non un sosia un po’folle. Riuscirà il giovane a fermare l’avanzata del führer?

Con ironia e garbo la storia raccontata diverte e fa riflettere. Un personaggio come Adolf Hitler non è facile da maneggiare, soprattutto in una commedia. Si rischia sempre di compiere scivoloni, di cadere nel volgare e di offendere la memoria delle tante, troppe vittime del regime. Non è il caso di “Lui è tornato”, che mette in scena un personaggio credibile, non una macchietta. L’Hitler del film non fa ridere. I suoi discorsi non hanno nulla di comico. Anzi. Richiamano alla mente gli echi di un nazionalismo oggi ancora tristemente di moda. Un nazionalismo razzista e violento che giace appena sotto la vernice democratica, ma che se ne esce subito appena qualcuno ha la sfrontatezza di parlar chiaro. Certo, all’inizio la gente, nel film, ride. Ride perché crede che lui sia un falso, che le sue siano battute e sciocchezze. Ma col tempo il sorriso diventa consenso. E il popolo comincia a scendere la pericolosa china dell’odio razziale.  Un percorso che vediamo tristemente attuale in molti paesi, tra cui l’Italia. Certe tesi sul “fora di ball” (per dirla alla leghista) vengono ripetute oggi come mantra da chi ne rideva negli anni ’80. Per questo è necessaria la memoria, il ricordo dei fatti terribili trascorsi, il ricordo dei lager e delle stragi, per avere i mezzi e gli strumenti per prevenire il nascere di nuovi regimi totalitari e razzisti. E, soprattutto in Italia, la memoria è sempre troppo corta e il rischio di ricadere negli stessi terribili errori è più che presente. Basti pensare a tutti coloro che parlano di Mussolini come di un “grande statista”, attribuendogli spesso meriti che non ha (come l’introduzione della pensione, per esempio) o dicendo che, dopotutto, “ha fatto anche cose buone”. Vogliamo davvero tornare alla dittatura?

“Lui è tornato” ci invita a riflettere proprio su questo, mostrandoci come certi personaggi fuori dalle righe possono far uscire il peggio di noi. Perché forse Hitler è davvero ancora vivo, dentro ognuno di noi. Chi può, infatti, dirsi totalmente privo di odio, di pregiudizi, di rabbia? Sta però a noi decidere a cosa dare ascolto, se far uscire il nostro odio o la nostra ragione, la bestia o l’umano. Se è vero che Hitler è dentro ognuno di noi, è altrettanto vero che lo possiamo cacciare a calci nel sedere, spogliandolo del suo potere e lasciandolo, nudo come un verme, nel ridicolo dei suoi vani discorsi.

Il film è già disponibile su alcune piattaforme di TV on demand. Per chi preferisse però il grande schermo, la programmazione dell’UCI-Bicocca di Milano ne prevede un’ultima proiezione questa sera (27 aprile 2016).

Un film da vedere.

Enrico Proserpio

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