L’Italia brinda: Unesco ha dichiarato il Prosecco Patrimonio dell’Umanità

Un altro grande successo targato Made in Italy. Dal 7 luglio le morbide colline del Prosecco di Valdobbiadene hanno ricevuto il tanto atteso riconoscimento. Sono state insignite di una medaglia. Una medaglia che fa molto onore, una medaglia speciale: le colline dove viene prodotto il Prosecco sono diventate Patrimonio dell’Umanità. L’ il comitato Unesco, riunito a Baku in Azerbaijan ha assegnato a questo paesaggio italiano il titolo, il 55° sito per l’Italia, che qualche hanno fa aveva visto proclamare Patrimonio dell’Umanità l’area vitivinicola di Langhe-Roero e Monferrato, proclamata nel 2014. A vincere questo riconoscimento, sono soltanto otto aree vinicole nel mondo, la nona è quella del Prosecco.Arrivare a questo traguardo non è stata cosa facile, ci sono voluti undici anni, un milione di euro di risorse pubbliche e private investite e una task force di amministratori locali, imprese ed enti che però hanno giocato uniti e illuminati la partita e hanno vinto. Le famiglie, le aziende del Consorzio del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg non hanno mai smesso di credere in questo progetto fin da quando è nato nel 1969 e il risultato è arrivato. Un bel modo per festeggiare i cinquant’anni della denominazione, nata come Doc nel 1969 e diventata poi Docg nel 2009, un bellissimo vanto da esibire come il bouquet di una sposa: l’unicità di quelle colline che sembrano ricamate da filari di vigneti con gli inconfondibili ciglioni e le loro terrazze (morfologia che rende ancora più difficile la coltivazione) è stata premiata ed è una grande gioia per produttori, ma anche per tutto l’indotto del turismo che di sicuro aumenterà.Ma quanto vale il riconoscimento dell’Unesco, dal punto di vista economico? Non poco: «Attualmente – racconta il presidente Innocente Nardi – tra i vigneti e le colline del Prosecco Docg ogni anno arrivano circa 400mila turisti. Pensiamo che l’effetto Unesco porti un potenziale di crescita fino al 20% in più all’anno. Il che significa raddoppiare le presenze nel giro di cinque anni». E la scia positiva è già tangibile nei consigli comunali,  le aziende dei 15 comuni del Trevisano che rientrano nell’area premiata hanno già cominciato a investire per potenziare l’offerta: dai percorsi gastronomici all’accoglienza, fino naturalmente alle cantine. Dei tre consorzi del Prosecco, quello del Conegliano Valdobbiadene è il più antico, ma non il più grande. Rispetto alla corazzata del Prosecco Doc, che vale 464 milioni di bottiglie e 2,5 miliardi di euro all’anno, la Docg produce poco infinitamente meno, meno di un quinto, qualcosa più di 90 milioni di bottiglie, per un totale di 520 milioni di euro. E se nel primo caso ci sono ben 9 province coinvolte, il secondo può contare soltanto su quindici comuni. «Solo 16 bottiglie di Prosecco su 100 vengono da Conegliano ma sono sicuro che dopo il riconoscimento dell’Unesco il nostro vino varrà di più perchè le superfici coltivabili non aumenteranno e la produzione di conseguenza. Resterà un prodotto di gran valore e grandissima qualità, espressione di una viticoltura artigianale e di una cultura agricola specializzata nella lavorazione di quel mosto. In tempi di salvaguardia del paesaggio e turismo consapevole, va di pari passo la conservazione intelligente del paesaggio, per cui l’input è tutelare paesaggio e cultura del luogo. Conservare quei caratteri contraddistintivi delle colline è ora il secondo obbiettivo, perchè riconoscere l’autenticità di un paesaggio, il valore storico e culturale, ma anche agricolo e saperlo valorizzare è l’altra grande sfida. Non basta, infatti,  quello che è stato decretato a Baku, in occasione della 43° sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco, bisogna puntare in alto e con un gioco di alleanze, vincere anche questa sfida.  Ipotizzare un bollino Unesco sulle bottiglie non è ovviamente possibile, questo è un riconoscimento di carattere esclusivamente culturale, ma sicuramente è uno stimolo a far ancora meglio, e brindare con ottime bollicine a nuovi traguardi. Evviva la bella Italia.

Martina Grandori

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