L’estate dei cambiamenti: le donne devono fare rete e scrive una nuova pagina della storia

di Martina Grandori

È un’estate rovente questa per le donne, è un’estate di grandi mobilitazioni, è un’estate dove le donne hanno voglia di far sentire le loro voci, i loro poteri.

Dopo aver tanto letto di quanto la pandemia abbia mortificato e non riconosciuto la figura femminile nella società, dopo un sensibile aumento delle violenze fra le mura domestiche per mano di mariti repressi e prepotenti, ecco che qualcosa si sta movendo. I femminicidi sono silenziosamente dilagati, un po’ se ne è parlato, le associazioni di settore si sono rimboccate le maniche come potevano, ma l’emergenza è inarrestabile.

A distanza di qualche anno dal chiacchierato #MeToo, un’ondata di rivoluzione rosa sta arrivando ovunque. Stavolta non sono attrici e soubrette a chiedere giustizia, stavolta sono le donne con la D maiuscola, sono le donne normali che vivono senza troppi sogni come in un crudo film neorealista. I media e i social per una volta sono di grande supporto a questa causa, aiutano a fare rete, a diffondere questa voglia di riscatto e di legittimazione della donna sia in ambito lavorativo, sia nella società che nonostante tutto profuma ancora troppo di testosterone.

Le donne dopo il Covid si riscoprono più che mai figure multitasking, centrali. Le cronache lette sui giornali e sui portali hanno raccontato moltissimi spaccati di vita, esperienze dirette di donne che hanno tenuto in piedi famiglia, lavoro, economia domestica e vita di coppia. La donna e la sua attitudine al curare a prendersi cura di tutto il nucleo famigliare e al contempo di lavorare, nei momenti difficili può essere paradossalmente più facile far emergere tutto il potere femminile.

Il portale La Critica qualche tempo fa aveva già raccontato di quanto fosse stato stressante, faticoso e poco riconosciuto quell’aumento di lavoro e responsabilità in tempi di lockdown, le famigerate 79 ore settimanali in più (ovvero smart working sommato a scuola a distanza, gestione della casa, le attività in cucina e l’accudimento psicologico di tutti quanti) sono state la bomba che ha fatto innescare la miccia.

Partiamo dal problema lavoro, il vero campanello d’allarme che mette molta tristezza: secondo i dati Istat, su 10 persone che sono tornate a lavorare dopo il lockdown, solo 3 sono donne. Le donne sono costrette a rinunciare a scrivania e busta paga, chi si occuperebbe di figli, casa e tutto il resto?

Le donne diventano lo stato sociale di loro stesse, le donne si sacrificano. E siamo in Italia, Paese che teoricamente dovrebbe far parte di quella lista di Nazioni al passo con i tempi, potenti. C’è da mettersi le mani nei capelli perché i dati sulla condizione lavorativa femminile sono deprimenti, sia per l’occupazione, sia per le cariche ricoperte, sia per il gap fra stipendi.

Ma il governo? I poteri? E la Commissione Europea dove sono? Tutti lo sanno, ma in questa lotta arcaica fra sessi – che poi lotta non è ma solo un’allineamento di poteri e un riconoscimento al lavoro domestico – le stanze dei bottoni di tutto il mondo sono poco incisive. Sulla questione cala il silenzio, le donne sono silenziate perché le loro voci sono scomode. Ed ecco che allora è partita in questi giorni una campagna virale su Instagram che invita tutte le donne a pubblicare selfie in bianco e nero in nome di una solidarietà fai da te femminile. Su Instagram l’hashtag #womensupportingwomen sta dilagando.

Chi sia stata il primo anello della catena infinita non si sa con certezza, alcuni lo attribuiscono alla giornalista brasiliana Ana Paula Padrao che il 18 luglio ha condiviso una sua foto in bianco e nero con gli hashtag #ChallengeAccepted e #WomenSupportingWomen. Ma di certo è che è già un fenomeno virale, il fenomeno dell’estate 2020. Il messaggio di per sé è piuttosto vago, un invito a sopportarsi reciprocamente per dare voce ad un cambiamento che da anni è lì, embrionale ma non riesce in concreto a fare veramente la rivoluzione.

Donne famose e non stanno postano un loro selfie in bianco e nero. Lanciano il guanto e chi lo raccoglie scrive “challenge accepted”. E rilancia a sua volte ad amiche e conoscenti: lo scopo è appoggiare altre donne e riconoscere il supporto ricevuto da loro. Nessuno schieramento politico, nessun attacco, solo il desiderio di farsi sentire e vedere. C’è chi trova questa campagna poco veritiera, una grande fiera della vanità attribuendo a questo hashtag l’aggettivo inutile, futile, vuoto, in fondo Instagram drogandoci di immagini ha anche banalizzato il potere dell’immagine stessa. Sicuramente del vero può esserci, ma va riconosciuto ad Instagram il titolo di mezzo di comunicazione più influente al mondo.

Tornando alla nostra Italia, a maggio Vittorio Colao nella sua task force ha voluto cinque donne, Enrica Amaturo, professoressa di sociologia all’Università Federico II di Napoli e Marina Calloni, fondatrice di Against Domestic Violence, il primo centro universitario in Italia dedicato al contrasto alla violenza domestica, Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat, Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia e Maurizia Iachino, dirigente di azienda. Ora bisogna solo andare avanti, le cose devono cambiare, ci vorrà tempo. Basta stare in silenzio, basta però anche sminuirsi con foto stupide e vacue sui social. Ci vuole concretezza, buon senso e molta consapevolezza. Gli stereotipi sono finiti.

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