Le pellicce ecologiche? Economiche ma non ecologiche

di Martina Grandori

Sono fra i trend più significativi da qualche stagione, le influencer le indossano e si postano indossandole. La Regina Elisabetta II ha fatto sapere pochi giorni fa che anche lei da ora in poi adotterà pellicce eco per essere al passo con i tempi.

Belle, ricercate,  colorate, morbidissime ma resistenti e a buon mercato, permettendo così anche alle ragazzine di acquistarne una. Ma non tutti sanno che le pellicce ecologiche sono assai inquinanti.

Partiamo dal fatto che le pellicce finte non sono ecologiche, perché prima di tutto non sono biodegradabili, sono come un sacchetto di plastica, per confezionarle si inquina parecchio e lo smaltimento è un problema che viene taciuto perché va a colpire quelle popolazioni già poverissime come il Bangladesh, dove vengono spedite e che vanno a mettere a rischio le vite dei locali. In sostanza una faux fur, come vengono chiamate in gergo, è composta di nylon, acrilico e poliestere, tutte materie derivate dal petrolio.

Secondo il libro “Sustainable fashion and textiles” di Kate Fletcher, per ottenere un chilo di pelliccia sintetica servono rispettivamente 150, 157 e 109 megajoule di energia a seconda del materiale usato. Ai costi di produzione vanno aggiunti quelli dello smaltimento, che nel caso dei derivati del petrolio sono alti, e molto inquinanti. Poi c’è il Kanecaron, una fibra sintetica contenente acrilonitrile dal 30 all’85% (la base della plastica). Messa a punto negli anni ’50 dal colosso mondiale della chimica Kaneka, in Giappone, è fra le più usate per fare pellicce artificiali perché la somiglianza con il pelo vero è incredibile, e non a caso è la stessa che viene usata nei peluche.

Già nel 2014 la Commissione Europea ha analizzato nove fibre non naturali e proprio l’acrilico – una delle componenti delle eco pellicce – è risultato come la sostanza con l’impatto ambientale peggiore.  All’interno del report, si posiziona al primo posto in quattro delle sei categorie prese in esame, tra cui l’impatto sul clima, sulla salute umana e sull’esaurimento delle risorse.

Aiuto, solo a leggere queste poche parole vengono i brividi, soprattutto quando pensiamo che oltre alle giacche in finto pelo, ci copriamo buona parte dell’anno con i famigerati pile, quei capi salva-vita, iper pratici, indistruttibili, con un peso piuma e un’offerta strabiliante, ma che non va dimenticato esser fatti in fin dei conti anche loro con derivati della plastica. 

C’è in sostanza una grande confusione in questo ambito, perché in buona sostanza queste pellicce di ecologico non hanno niente, se non che sono cueltry free. Partiamo dal fatto che dovrebbe esserci molta ma molta più informazione per i consumatori, dovrebbero essere riportate più informazioni veritiere, concrete e pratiche sulle etichette. Come lo si fa ormai per le fibre nobili (cashmere, lana e cotone), ci dovrebbe essere una bella spiegazione su cosa si sta indossando. Le industrie della moda dovrebbero parlare più chiaramente ai consumatori precisando che alle definizioni che vanno ora per la maggiore come ‘bio’, ‘eco’, ’green’, ‘fur free’ , ‘vegane’ ed ‘eco-fur’ non corrisponde sempre il rispetto per l’ambiente. La sostenibilità è qualcosa di diverso, di meno consumistico, di meno terra terra.

La sostenibilità è cultura, è informazione, è formazione in ambito scolastico e famigliare. Quindi il mio monito è rivolto alle donne di tutte le età, dagli zero ai 90 anni: informatevi bene su quello che comprate, una eco pelliccia sarà sì cueltry free, ma l’inquinamento generato non è di certo a supporto della sostenibilità. Sono riflessioni di una quarantenne, appassionata di moda, mamma di due bambine, nonché prima ad aver sbagliato a comprare eco pellicciotte meravigliose a tutte noi tre, senza chiedersi troppo sull’origine del capo.

Consumismo bieco. a sbagliando si impara e si apprende. Evviva il cappotto di lana delle generazioni passate.

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