L’arte del coltivare, non solo i giardini ma la mente

di Martina Grandori

L’astinenza, la resilienza nel non avere contatti con nessuno, l’isolamento dalla socialità, ecco la sfida più grande a cui il maledetto Covid ci mette di fronte. Una sfida al nostro equilibrio mentale, l’uomo si sa è un animale sociale, si nutre di rapporti umani. Siamo una società frenetica, piena di impegni, una società di fretta che improvvisamente si è arrestata. Non facile da gestire questo stress psicologico, soprattutto uno stress psicologico mai provato fino ad ora, la solitudine fa paura. Molta, è un cambiamento radicale della vita di ciascuno, complesso da gestire perchè quegli ammortizzatori allo stress come la palestra, l’aperitivo o i viaggi sono spariti. Un esilio.

Ecco che allora le persone si ingegnano iniziando nuove attività, a distanza in modalità virtuale, oppure dedicandosi a cose manuali come il giardinaggio. Fra i segmenti di mercato che sono cresciuti in questi mesi, c’è e quello florovivaismo. Circondarsi di verde e di fiori aiuta a sentirsi meglio, in Inghilterra l’ortoterapia iniziò ad essere praticata negli ospedali nel 1600, era il modo con cui le persone meno abbienti ripagavano l’ospedale per le cure gratuite ricevute e incredibilmente avevano benefici. ma soprattutto è anche un modo per coltivare il proprio giardino interiore.

Di questo potere terapeutico del giardino, ne parla nel suo libro Sue Stuart-Smith, psichiatra, psicoterapeuta e giardiniera inglese. The Well Gardened Mind (William Collins Editore) racconta il giardino come spazio psichico e la psiche come orto botanico. Antropologia, psicoterapia e consigli corroboranti su come il giardinaggio diventi escamotage per coltivare il proprio giardino interiore e sentirsi meglio, le mitologie e le religioni del mondo hanno origine in un giardino dove convivevano piante ornamentali e alimentari, basti pensare al giardino dell’Eden. “Il dolore”, scrive Stuart-Smith,

“tende a isolarci. Una perdita che colpisce una famiglia genera la necessità di stringersi l’un l’altro ma, allo stesso tempo, poiché tutti la soffrono, finisce che ciascuno si trova da solo con la sua difficoltà. La tendenza a proteggersi dalle emozioni dolorose fa sì che alcuni sentimenti affiorino lontano dalle persone. Gli alberi, l’acqua, le pietre e il cielo possono sembrare impermeabili alle nostre emozioni, però non le respingono. La natura è imperturbabile, non si lascia contagiare dal nostro dolore, ma forse proprio per questo riesce a fornire una sorta di consolazione”.

La natura diventa consolazione, antidoto a questa solitudine che ci affligge. Il giardino, il terrazzo, l’aiuola condominiale diventano il luogo dove sperimentare pazienza, speranza e amore per la varietà e nutrire i nostri pensieri, e perché no curare la nostra anima tramortita.

Zappettare, piantare, innaffiare, potare per sentirsi meno tristi, per fare esercizio fisico, tutti benefici che hanno una ricaduta positiva sulla salute a 360°. Non a caso la saggezza antica dei persiani definiva il Paradiso come il “giardino recintato privato del re”.

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