La mostra Luce più luce di Raffaele Canoro a Napoli

Raffaele Canoro rappresenta un riferimento pittorico per tutti noi, che siamo del Novecento e siamo transitati, nel nuovo secolo e nel nuovo millennio, facendo finta di nulla, come ognuno di noi fa, ad ogni anno che passa, sperando che il tempo, con la sua catastrofe sempre incombente, se ne accorga, ma non è così e ce ne accorgiamo ogni volta che si guarda ad un grande protagonista e ci fa capire che il presente, oltre che uno sperabile futuro, ha, anche, un inevitabile passato, dove tutto va a finire, dove si stivano i tanti sogni, desideri, amori, passioni, progetti. Canoro, ci ricorda la meccanicità del disfacimento del corpo, dalla bellezza e levigatezza della giovinezza, alla rugosità molliccia della vecchiaia, senza accusare una scelta precisa, preferendo raccontare con il linguaggio della nudità, degli arredi, degli abbigliamenti, la storia delle nostre illusioni e delle nostre speranze, ma senza darne troppo conto, con l’apparenza della naturalità.
Il suo realismo, il suo forte espressionismo, si connotano come la rivelazione del segreto della visibilità, di ciò che tutti vedono, ma appunto per questo finiscono per non vedere nulla ed ecco dunque venire fuori le levigatezze del suo corpo, con un universale sguardo assente, che richiama la psicologia del profondo, le mille verità di uno sguardo, che può affermare o negare, cosi come può parlare, per mimesi, un volto addormentato, quello ripetuto della sua modella, su cui l’occhio del pittore si posa, per rubarne l’intimità innocente. Il suo tratto pittorico, presenta affinità con Bacon, con Auerbach, con Freud, conferendo alla sua realisticità, una specialità, fatta di riflessi e umbratilità, di una carnalità complessa, incline ad una visione tragica, lontana dagli stereotipi della cosmesi e del leefting, esito di un visionarismo, fortemente umorale, psicologico, molto impastato di materia non levigata, appiccicaticcia, gommosa, ma attrattiva. Si tramanda, con lui, un’epoca, quella influenzata, per respiro originario, dal positivismo scientifico o scientista, che dir si voglia, cominciata a fine Ottocento e conclusasi nell’ultimo ventennio del Novecento. Con Raffaele Canoro siamo arrivati ad una nuova elegia del nudo, che è un linguaggio della socialità e della ricchezza (o per esplicito, anche della povertà) ma anche un solco profondo, da cui non si può affatto prescindere, in una virtualità imperante, che scommette, sempre più arditamente sulla naturalezza e sull’artificio, che ormai sono uno sconfinamento continuo, un vero problema d’identità.
Oggi, parlare di vecchiezza e di bellezza, è un azzardo e bisogna farlo con una guida consolidata, che è attualità, che è subito storia, come nel caso dei nudi di Canoro, interprete della nudità, nel segno di poter risalire ad una originaria purezza, ad un prototipo, che proprio nella sua impossibilità realizza l’essenza dell’artisticità, come luogo di un essere fantastico, che si manifesta continuamente. L’artista nel suo delirio creativo, raffigura il suo rapporto caldo con la luce, affascinato dalle sfumature, definisce una vera soggettività dell’oggettività, in un idealismo di fatto che pone l’invenzione a fondamento non solo dell’indefinizione del fantastico, ma nello stesso senso comune.
Non c’è che dire, un bel labirinto di corpi, in cui non è facile districarsi, in un entrare ed uscire che traccia un diagramma del tutto oscillatorio, sul nostro essere di passaggio, un’apparenza, più che un’essenza. Lo testimonia il suo incontro con la pittura neo-rinascimentale, per incastri successivi di una modernità, che per sua stessa definizione, non ammette soste e deve andare avanti, sfondando ogni nebbia, attraversando ogni confine. Tutto questo lo fa alla Canoro, da dolce trasgressore, da instancabile eclettico che trova nella sperimentazione il suo laboratorio ideale e reale, confrontandosi con tutto quanto è contemporaneo a questo nostro vivere sospesi tra un passato che non vuole passare e un futuro troppo annunciato, per essere normale, in un presente ibrido, fatto da impazienza e allucinazione, con tanto parlare di ragione, ma di praticarla poco. Canoro non si è fatto mancare nulla, dalla pratica del provvisorio, dell’effimero, alle lusinghe della società dei consumi, senza saltare le angosce esistenziali, spaziando senza limiti e confini, assumendo la contaminazione come lievito della creatività, che è un’utopia e un’invidia del divino, mentre noi ci dobbiamo accontentare dell’invenzione, del codice, della storia, come necessità per l’attraversamento della diversità e della metamorfosi. Il codice non è altro che un index, in cui si trovano, in un ordine criptico, corpi, volti, sirene, dita, mani palmate, aquile, delfini, teschi, tanti teschi, ma tutto è al plurale di un Umbilicus Urbis, su cui può troneggiare un invisibile autoritratto, rappresentato da una asciuttezza intrigante, invadente, vero luogo della sua identità.

Pasquale Lettieri

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