La moda in controtendenza rispetto agli ultimi dati ISTAT

di Stefano Sannino

Secondo gli ultimi dati ISTAT, l’Italia – da inizio febbraio ad oggi – conta oltre mezzo milione di occupati in meno, nonostante la graduale riapertura conseguente al lockdown che sta provando, lentamente, a rimettere in moto il motore economico del Paese.

I dati di maggio ci rilevano infatti un calo di occupazione pari a -84 mila persone; dato irrisorio se si considerano però quelli di aprile, mese nel quale le misure anti-covid erano ancora nella loro piena applicazione: -274 mila occupati in un mese.

Nonostante questi dati poco incoraggianti, l’ISTAT ha individuato qualche piccolo segnale di ripresa, quali l’aumento della domanda di lavoro e l’aumento delle ore lavorate pro-capite. Naturalmente, chi ha sofferto più questa crisi conseguente al lockdown sono – come sempre – le categorie di lavoratori più deboli, donne e giovani, tra i quali il tasso di disoccupazione è salito fino a raggiungere il 23,5% (+2,0%) in periodo di pandemia.
Degli 84 mila occupati in meno ad aprile, infatti, per la gran parte si tratta di donne ( – 65 mila donne, – 19 mila uomini), maggior parte delle quali rientranti nella categoria dei lavoratori dipendenti che, indiscriminatamente dal sesso dei suoi membri, è stata la più colpita in assoluto dall’emergenza per la mancanza di lavoro ( – 90 mila, di cui -79 mila con contratto a termine e -11 mila con contratto permanente).

Se però da un lato i lavoratori dipendenti sono stati i più colpiti in termini di perdita del lavoro, la categoria realmente messa in ginocchio da questa emergenza, è stata quella degli imprenditori e delle partite IVA, i quali hanno dovuto districarsi tra leggi firmate all’ultimo minuto con i termini di riapertura, lockdown lunghissimi e tasse, spesso, non rimandate se non di qualche giorno come nel caso dell’F24 di marzo.

Più nello specifico, anche le aziende di moda hanno dovuto adattarsi a questo periodo di crisi, concedendo lo smartworking ai propri couturier, come nel caso di Dolce&Gabbana che ha appena presentato un’intera collezione di 60 capi maschili e 47 femminili, quasi interamente realizzata dai sarti nelle proprie abitazioni durante il periodo di lockdown del Paese. Se però Dolce&Gabbana hanno optato per la prudenza del proprio teatro in P.ta Venezia ed una sfilata trasmessa in streaming, Dior riporta le proprie collezioni in giro per il mondo ed, in particolare, a Lecce dove presenterà la propria collezione di luglio, trasmessa sempre in streaming.
Insomma, le diverse aziende stanno reagendo in modi molto diversi alla situazione economica, sociale ed artistica post-lockdown, cercando però di non lasciar morire quel dialogo stilistico che ha sempre mandato avanti il secondo settore più importante del nostro Paese: il made in Italy.

Il mondo della moda sta – quindi – andando in controtendenza rispetto ai dati pubblicati dall’ISTAT, probabilmente perché dispone di un capitale molto più alto rispetto ad altre piccole-medie realtà italiane, ma anche perché ha saputo non abbattersi, rallentare i propri ritmi, modificare le proprie abitudini per venire incontro alle esigenze dei consumatori in questo momento storico drammatico e triste: questo è il grande merito dell’industria della moda italiana e dei suoi imprenditori.

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