LA ECONOMIA DI UN FALLIMENTO. Forza Italia muore di socialismo

Perché, alla fine, dobbiamo essere onesti con noi stessi: se Emiliani e Calabresi devono votare per più assistenza, più tasse e più sussidi preferiscono chi glieli ha sempre dati. Contro tutto e tutti rivotano la Sinistra in Emilia, in Calabria votano chi vince, come da tradizione. Dopotutto, è palese che Fassina e Brunetta siano due facce della stessa ipocrisia. A me dei gruppi dirigenti, in questo contesto non importa nulla, quello che preme sottolineare è che se vogliamo a giocare a fare i Renziani di sponda, gli utili idioti e i servi, poi non ci possiamo domandare cosa ne resta del Sogno. Il Sogno di un’Italia libera, responsabile, vincente e liberale. Conservatrice nei modi, reazionaria nei valori e rivoluzionaria nelle azioni. Quello che ne resta è la sfilata delle Vanità nella villa del Sultano, un insieme di giovani persi nei pensieri dei loro cuori, di cui tutto si saprà, meno cosa ne pensino dei valori di cui sopra. Fitto fa bene ad arrabbiarsi. Bianconi ha sicuramente ragione a parlare di viltà. Nessuno dei due coglie nemmeno lontanamente l’abisso del problema.

Si fatica, infatti, a convincere i ribelli che del nuovo Senato non importa nulla a nessuno. Che, semmai, il problema è quel dannato articolo 18 che i nostri vogliono veder sparire e che non viene mai messo al centro delle negoziazioni. O del taglio alla spesa. O delle privatizzazioni vere, non quelle porcate della Rai che generano solo altri soldi per la spesa corrente. Tutto questo pare lunare alla corte della Pascale il cui ciambellano, uno sbrilluccicante Luxuria, chissà se partecipa ai nuovi casting per mandare la più figa in Parlamento. Ma mandatecela, non può far danni, ma almeno spiegatele che se le tasse salgono è un male. Che se la spesa sale, è un male. Ovviamente questo non è possibile. Questo non è produttivo. Questo postulerebbe che non fossimo tutti in vendita per proteggere Mediaset e le imprese di famiglia. Il Re sarà anche nudo, ma chi è piegato nella ghigliottina è sempre il povero militante. Che se lo merita, intendiamoci, perchè se questa gente continua a venerare Keynes e la rapina fiscale, la colpa è solo nostra. Come militanti siamo stati lo strumento del loro fallimento.

Così, in un uggioso Lunedì mattina Novembrino, muore il sogno liberale, non sotto i colpi implacabili del nemico, ma pugnalato alle spalle da sicari prezzolati e lasciato spegnersi indecorosamente mentre un branco di parenti avidi ne litiga gli averi. Non meritava di finire così. Non meritiamo di finire così. Dateci un ultimo campo di battaglia sul quale combattere, un tramonto dorato nel quale morire. Ma risparmiateci, questo almeno ce lo dovete, la lunga ed imbarazzante agonia di villa Gernetto, tra veline fuori tempo massimo ed alte disquisizione sui cateteri gratuiti per tutti.

Luca Rampazzo

Se ti è piaciuto questo articolo lascia un commento o sottoscrivi il feed RSS per ricevere i prossimi nel tuo reader.