La disonestà, vero problema dell’Italia

Nei discorsi della politica si sentono continue tesi su cosa sia il male della nostra società o della nostra epoca, su cosa vada cambiato, su quali riforme fare o non fare. La riforma costituzionale di Renzusconi è solo l’ultima delle tante e ci rivela quello che davvero è il problema della nostra bella Italia: la disonestà.

Non pensi il lettore che io intenda parlare di mazzette e ruberie, di cose da denuncia e galera. Certo, queste cose ci sono e non sono cose da poco, ma sono solo l’emblematica “punta dell’iceberg” del problema. La radice è la cultura della piccola italietta, una cultura dei furbetti e dei bulli, dei ladruncoli e dei piccoli interessi. Un problema ormai tanto radicato da portare perfino intellettuali e persone colte a ritenere un governo onesto impossibile. Basti citare Roberto Gervaso, secondo il quale “un governo onesto è come un bordello di vergini”. Ma, per continuare con le citazioni, “ogni popolo ha il governo che si merita” e noi, popolo di furbetti, ci meritiamo un governo di ladri.

La disonestà comincia nelle “opinioni” politiche, un ambito in cui i nostri rappresentanti parlamentari hanno raggiunto davvero punte di ridicolo e di squallore che difficilmente sarebbero eguagliabili. Riprendiamo la riforma costituzionale, tema portante del dibattito politico di questi giorni. Non voglio entrare nei particolari della stessa, ma fare un piccolo ragionamento sulle posizioni prese dai vari partiti. Forza Italia si schiera per il no mentre il PD si schiera, ovviamente, per il sì. Una cosa che si presenta come ciò che è, ovvero una lotta per le poltrone in barba a qualunque ideale, se vista alla luce di un “piccolo” particolare: la riforma di Renzi è praticamente la fotocopia di quella presentata a suo tempo da Berlusconi e rigettata dal referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006. Solo in Lombardia e Veneto vinse il sì. Ora, ci chiediamo come mai coloro che avevano proposto allora queste riforme le definiscano oggi un “attacco alla democrazia” mentre chi, allora, gridava allo scandalo e al pericolo della dittatura sia oggi favorevole. Un esempio chiaro dello scopo vero dei nostri rappresentanti, ovvero cercare di rimanere tali e di mantenere il loro lauto stipendio. E chi se ne frega del bene del paese. Perché si possono avere opinioni diverse su come condurre lo stato e su quale tipo di società e di paese di desidera. Si può dialogare, si può discutere animatamente, si può anche litigare per difendere i diversi ideali, ma degli ideali li si deve avere e si deve avere l’onestà intellettuale di agire secondo questi e non solo per becero interesse. Perché sono gli ideali a mandare avanti un paese secondo una strada tracciata dalla ragione. Senza rimangono solo i piccoli interessi, le mosse propagandistiche, gli slogan. Come l’idea malsana del ponte sullo stretto, un’opera che non servirebbe a nulla, se non a fare pubblicità al potere. Un politico onesto risolverebbe i problemi che tengono il Sud Italia nella situazione attuale, problemi come la mafia, l’abbandono del territorio, la mobilità disastrata. Un politico disonesto dei problemi se ne frega, ignorandoli bellamente. Troppo rischioso affrontarli, rischiando magari di non riuscire a risolverli entro le prossime elezioni. Meglio fare opere da inaugurare scattando foto con facce sorridenti. E se poi sono inutili, chi se ne importa! Tanto paga il contribuente.

E non si parla solo di danni all’erario, ma perfino di vite umane perse per queste ragioni. Ricordate il disastro di Genova del’ottobre 2014? Se i vari torrenti fossero stati mantenuti puliti e gli argini fossero stati curati i danni sarebbero stati molto minori. Ma ai sindaci non interessa la manutenzione, cosa che non porta voti, non essendo evidente. Meglio lasciar stare i torrenti, lasciarli riempire di detriti e usare i soldi per costruire un nuovo marciapiede, una nuova aiuola per celebrare la propria “bravura” e tagliare un bel nastro davanti ai giornalisti. E se poi arriva un alluvione e quei detriti non rimossi irrompono per le strade facendo morti si piange e si grida alla “fatalità”. Stessa cosa si dica delle varie strutture che crollano durante i terremoti. Parlo, ovviamente, di quelle moderne che dovrebbero essere antisismiche e invece non lo sono. E ogni volta che la terra trema si ripetono i soliti discorsi, si fanno le solite promesse e non cambia nulla.

Altro tema riguardante la disonestà del nostro paese è quello della “fuga dei cervelli”. Ogni anno se ne vanno dall’Italia migliaia di giovani, tra cui tanti, troppi laureati e ricercatori. Stiamo svendendo le nostre eccellenze ai paesi esteri. Direte, cosa c’entra la disonestà? Semplice: molti ricercatori e intellettuali meritevoli se ne vanno perché da noi fanno carriera i raccomandati e non i migliori. Perfino nel mondo accademico ormai si assiste a un sistema di raccomandazioni e mancanza totale di merito da far rabbrividire. Un sistema che sta facendo morire lentamente il nostro paese, consumato dalla malafede e dalla piccineria di una classe dirigente indegna mentre il popolo muore di inedia. Ma non si creda che il popolo stesso non sia responsabile. Perché, alla fine, la maggior parte delle persone di questa cara Italia non esita ad approfittare di una raccomandazione, anche per cose piccole, o a partecipare ai vari giochetti di potere, prostituendo la propria dignità per un piatto di patate. Chi non lo fa è, nella maggior parte dei casi, solo perché non ne ha la possibilità.

Se vogliamo che questo paese torni a vivere decentemente dobbiamo quindi cambiare la nostra cultura, cominciando ad assumerci le nostre responsabilità e a ragionare da uomini e non da quaquaraquà. Perché è questo ciò che fanno i paesi seri. E non mi si dica che sono tutti uguali, che anche all’estero c’è la disonestà. Certo, c’è. Ma nei paesi occidentali, dei quali pensiamo di far parte, la disonestà è l’eccezione, mentre in Italia è la norma. Un paese dove perfino per fare l’operaio devi essere raccomandato è un paese senza futuro. È dunque ora di fare un bell’esame di coscienza, a destra come a sinistra, perché l’onestà non ha e non può avere colore politico.

Enrico Proserpio

Se ti è piaciuto questo articolo lascia un commento o sottoscrivi il feed RSS per ricevere i prossimi nel tuo reader.